| DINO BATTAGLIA |
Autore: Bepi Vigna |
Non c'è stato in Italia un disegnatore più ammirato e imitato di Dino Battaglia, l'autore capace di conciliare efficacemente l'illustrazione più colta e raffinata con le esigenze narrative del fumetto. Egli può essere considerato l'ideale continuatore della grande tradizione italiana nel campo dell'illustrazione, il più fedele discepolo dei disegnatori dell'inizio del novecento: Bernardini, Porcheddu, Terzi. A loro, infatti, si sforzava di assomigliare agli inizi della carriera e nel suo tratto, anche nel periodo della maturità, restano indelebili le reminiscenze di quegli artisti.
Se Hugo Pratt ottenne, grazie soprattutto all'iniziale apprezzamento degli intellettuali francesi, il giusto riconoscimento per un'abilità narrativa che permetteva alle sue storie a fumetti di avere il respiro dei grandi romanzi, il successo di Battaglia fu di gran lunga meno eclatante, almeno in termini di popolarità personale e “copie vendute”. Ma la sua grandezza, guardando a un piano strettamente artistico, è stata forse maggiore, perché capace di lasciare un'impronta ben al di là del racconto popolare.
Battaglia era un artista portato alla sperimentazione, che utilizzava tecniche inusuali (servendosi anche di strumenti come lamette, spazzolini, spugne) e che amava alterare la composizione classica della tavola, utilizzando immagini scontornate, silohuette ed effetti abbacinanti di bianco. Nel fumetto ha sempre ottenuto i suoi massimi risultati espressivi nelle storie che si chiudevano con un numero limitato di tavole ed è interessante ricordare che proprio uno dei suoi scrittori preferiti, Edgar Allan Poe, nella sua Filosofia della composizione, teorizzava la validità del racconto breve, in quanto “tutti gli eccitamenti che vogliono essere intensi per necessità psicologica, han da essere anche brevi”.
Nato a Venezia nel 1923, Battaglia esordì nel fumetto nell'immediato dopoguerra, negli stessi anni in cui in Italia riapparvero i personaggi avventurosi americani osteggiati dal fascismo. I modelli di riferimento erano disegnatori quali Foster, Raymond e soprattutto Caniff. Di quest'ultimo Battaglia assimilò lo stile e la tecnica narrativa, quella “misura del tratto” che finì per costruire la sua inconfondibile cifra stilistica. Tutto ciò è testimoniato, già, dalle tavole di Junglemen, realizzate nel 1945, su testi di Alberto Ongaro, per la rivista veneziana “Asso di Picche”.
Proprio intorno all' ”Asso di Picche” si era raccolta una schiera di giovani autori, che vennero poi battezzati il "gruppo veneziano". Tra gli altri ne facevano parte Hugo Pratt, Mario Faustinelli, Ivo Pavone, Giorgio Bellavitis, Rinaldo D'Ami, Franco Carcupino e il futuro regista cinematografico Damiano Damiani.
La partecipazione di Battaglia a questo gruppo fu però piuttosto sporadica: dopo aver realizzato appena sei tavole di Junglemen, gli arrivò, infatti, l'offerta di illustrare un libro dall'editrice bresciana La Scuola; così, raccontò agli amici che doveva partire per il servizio di leva e, invece, si chiuse in casa a lavorare, senza farsi vedere per mesi. Junglemen venne poi completato successivamente da Pratt.
Alla fine degli anni quaranta, alcuni autori dell' “Asso di Picche” andarono a lavorare in Argentina chiamati da Cesare Civita dell'Editoriale Abril. Battaglia, non partì, ma collaborò anch'egli con l'editore argentino, disegnando Capitan Caribe, sempre su testi di Ongaro, il quale gli spediva le sceneggiature dal Sud America.
In seguito lavorò alle serie Pecos Bill e Collana Oklaoma, entrambe della Mondadori, e a Marc Fury, per l' “Intrepido” (Edizioni Universo); tramite lo Studio D'Ami, collaborò con varie riviste inglesi, poi, per le Edizioni Audace, realizzò alcune riduzioni a fumetti di classici della letteratura (L'Isola del tesoro, Peter Pan) e disegnò quattordici numeri di El Kid, su testi di Gianluigi Bonelli.
Negli anni cinquanta, terminata ormai da tempo la grande stagione dell'illustrazione in bianco e nero, il fumetto diventava l'unico campo in cui un bravo disegnatore potesse lavorare con una certa continuità. Battaglia comprese che quest'arte, considerata povera, poteva avere, in realtà, delle grandissime potenzialità grafico-espressive e trasformò il suo lavoro in una sfida continua con sé stesso, in una costante ricerca di immagini e atmosfere impalpabili da suggerire al lettore.
Il suo sogno irrealizzato sarà quello di illustrare Proust, non per farne una mera riduzione, ma per cercare di ricostruirne, attraverso la china, le stesse sensazioni letterarie. Vedendo la mediocre e riduttiva rilettura che di quell'opera è stata realizzata in Francia in tempi recenti, aumenta il rammarico per il mancato cimento da parte di Battaglia.
Il momento in cui il disegnatore trovò realmente il "Suo" segno può essere fatto coincidere con l'esperienza al “Vittorioso”, tra il 1956 e il 1959. E' in questo periodo, infatti, che lo stile di Battaglia iniziò a definirsi ed egli prese a sperimentare quegli espedienti tecnici che in seguito finiranno per caratterizzare fortemente il suo lavoro: spugnettature, graffiature, silhouettes. Lo stesso tratto divenne più secco, meno classico, assommando in maniera definitiva le diverse influenze grafiche dei maestri italiani e americani.
Negli anni seguenti, quando iniziò a lavorare al “Corriere dei Piccoli”, la propensione di Battaglia per l'evocazione favolistica trovò il terreno più adatto. Federico Caldura, un vecchio amico dei tempi dell' “Asso diPicche”, aveva creato, con la moglie Maria Perego, un personaggio divenuto popolarissimo grazie alla televisione: Topo Gigio. Battaglia ne fece una deliziosa versione a fumetti, elegante nella resa grafica e dai toni vagamente malinconici.
Per il “Corriere dei Piccoli”, Battaglia realizzò anche numerose storie di stampo avventuroso, spesso sceneggiate da Mino Milani, utilizzando un disegno immediato, che ben si adattava alla giovane età dei lettori. Di questo periodo sono: Selena, La freccia nera, Ivanhoe, La spia di Venezia, Cinque su Marte, Gulliver a Lilliput, Tartarino di Tarascona e diversi episodi delle Grandi avventure di pace e di guerra.
Sulla stessa linea stilistica si pongono anche i lavori realizzati per la rivista “Sgt. Kirk”, edita da Ivaldi: Moby Dick e Ombre, entrambi su testi della moglie Laura.
Battaglia considerava gli anni del “Corriere dei Piccoli” la fase più tranquilla della sua carriera ("quasi un pensionamento", diceva). Una nuova svolta nel percorso artistico del disegnatore arrivò alla fine degli anni sessanta, quando iniziò la sua collaborazione a “Linus”.
Sergio Bonelli, grande amico ed estimatore di Battaglia, mostrò alcune sue tavole a Giovanni Gandini e Ranieri Carano, rispettivamente direttore e redattore capo della rivista e i due proposero subito al disegnatore di lavorare per loro.
La rilettura di grandi opere letterarie consentì a Battaglia di riprendere un discorso figurale più ricercato e sofferto, centrato in massima parte sullo studio delle atmosfere. Inizialmente manifestò una particolare predilezione per il racconto gotico (Poe, Hoffman, Meyrink, Lovecraft), con storie dove i neri si facevano più intensi e gli spazi bianchi assumevano una funzione illustrativa pari a quella dei tratti con i quali confinavano o da cui venivano incorniciati; spazi abbacinanti, carichi di un alto potere illusionistico, che, a volte. delineavano figure ancora più dettagliate di quelle tracciate dal pennino. Successivamente la sua grafica si mise al servizio di storie dai risvolti psicologici più sottili (da Maupassant a Stevenson, Crane, Buchner), dove era il grigio a dominare; il grigio che rendeva rarefatte le atmosfere e in cui sfumavano i contorni delle figure.
Nella ricerca insistita di un linguaggio più moderno, la costruzione delle tavole si fece via via più sofisticata, con l'utilizzo di innovative soluzioni di montaggio.
In questo contesto, sembra fosse inevitabile che Battaglia divenisse il miglior “traduttore” per immagini dell'opera di Poe, il solo che potesse avvicinarsi ai risultati espressivi raggiunti dallo scrittore americano. Interpretare Poe non è facile, lo dimostra il fatto che nel cinema, benché siano oltre un centinaio le pellicole ispirate alle sue opere, poche riescono a restituire il fascino dei Racconti del grottesco e dell'arabesco.
Quando altri autori di fumetto hanno cercato di reinterpretare i racconti dello scrittore americano hanno seguito la regola che tante volte si è rivelata utilissima in tema di trasposizioni letterarie: il miglior sistema per restare fedele all'opera scritta è quella di tradirla. Ma, sebbene efficaci sotto il profilo strettamente narrativo, alcune opere (si pensi soprattutto alle storie realizzate da Red Crandall e da Archie Goodwin per “Creepy”), finiscono per apparire inevitabilmente delle riletture piuttosto riduttive. L'incubo è scomposto in segmenti narrativi che si innestano fin troppo bene, ma in questo modo si finisce per sacrificare l'aspetto più importante dei racconti: l'analisi approfondita della paura, ovvero la descrizione del mondo attraverso la visione deformata da questo sentimento.
Battaglia non aveva bisogno di lavorare troppo sulla struttura narrativa, aveva dalla sua un segno che poteva competere, in quanto a forza evocativa, con la scrittura di Poe. Inoltre, c'è qualcos'altro che accomuna l'artista di Boston all'illustratore veneziano. Entrambi, infatti, risultano totalmente estranei alle istanze stilistiche dominanti, nelle loro differenti epoche, nei rispettivi ambiti artistici, sbbene Poe e Battaglia siano distanti anni luce per quanto riguarda la loro differente vicenda umana.
Se Poe era un maudit il quale pagò sulla sua pelle questa condizione anche per il fatto che venne continuamente confuso il suo spessore di scrittore con la sua vita privata, Battaglia è stato un artista di stampo del tutto differente. Riservato, acuto, rigorosamente fedele ai propri principi e, dicono, anche sornione e dalla battuta pungente.
“Non mi piacciono le interviste, neanche le conversazioni impostate su me stesso”, dichiarò una volta. “Ma comunque, se devo parlare di me lo farò con onestà. Dirò che mi piace leggere, mi serve oltre tutto per il mio lavoro. C'è stato un momento in cui era difficile reperire soggettisti o soggetti o, forse, ho avuto una certa pigrizia nel dover inventare storie nuove, allora, per realizzare i miei disegni mi sono rivolto alla letteratura. In fondo, però, c'era anche il piacere di reinventare dei libri che avevo letto, mi piaceva dar loro un'immagine.”
I racconti di Poe disegnati da Battaglia nel “Corriere dei Piccoli” e sceneggiati da Milani furono Lo scarabeo d'oro e La lettera rubata, due storie raccontate in maniera estremamente fedele al testo originario e che facevano ricorso a una scansione di vignette piuttosto classica, che privilegiava la semplicità dei campi medi e dei primi piani. Due vicende costruite attorno a un enigma da sciogliere, entrambe narrate in una terza persona rafforzata dall'inserimento di flashback esplicativi, affidati alla voce degli stessi personaggi.
Solo in un momento successivo, quando inizia la collaborazione con “Linus”, Battaglia, reinterpretando alcuni dei racconti più tenebrosi di Poe, dà un'impronta più decisa e personale alla sua narrazione. Il suo tratto si fa più secco e tagliente, la tavola si incupisce di giochi d'ombre (in cui riaffiorano memorie dei primi lavori ispirati a Caniff) ma, soprattutto, l'equilibrio delle vignette viene risolto nel contrasto tra il nero e il bianco. Le figure si ritagliano in negativo sul foglio e i loro contorni, a volte, si sfarinano in nebulose spugnature di china.
La casa degli Usher diviene una pericolosa fenditura che si apre tra due mura sporcate dal tempo, e una Luna troppo netta e distante ne accentua appena i contorni. Lady Madeline è un fantasma di luce, che graffia il buio; più inquietante perché ha fattezze indefinite, quasi uno spunto per indirizzare l'immaginazione del lettore.
La mascherata della morte rossa viene ricreata su un lussuoso piroscafo e l'ambientazione, gli anni venti, si arricchisce di raffigurazioni che rimandano all'espressionismo tedesco.
La figura emaciata di Lady Ligeia ci appare appesantita da uno sfondo barocco, carico di valenze simboliche e inquietanti.
In Re peste e in Hop Frog i toni si fanno spiccatamente grotteschi (la prima storia è anche un affettuoso omaggio a Ronald Searle), ma solo nella Straordinaria avventura di Hans Pfall, Battaglia stempera opportunamente le atmosfere gotiche per descrivere un'altra faccia di Poe. La paura lascia il posto a un'ironia malinconica, che la delicata colorazione delle tavole (opera della moglie Laura) contribuisce ad arricchire di valenze poetiche.
Se paragonate alle storie realizzate in precedenza e a quelle che verranno dopo (i racconti già citati di Maupassant, per esempio, tutti virati sui mezzi toni), le tavole in cui Battaglia illustra Poe sono quelle più cariche di neri. Qualcuno ha calcolato che il nero è anche il colore predominante nella prosa dello scrittore americano che lo cita ben 340 volte in 54 racconti.
Negli anni settanta Battaglia iniziò un'intensa collaborazione con il “Messaggero dei ragazzi”, realizzando alcune storie di diretta matrice letteraria e altre ispirate alla vita dei Santi. L'accurata fedeltà storica si accompagnava a eleganti citazioni pittoriche e (nel caso della Vita di San Francesco) a reinvenzioni di risultati figurativi di origine cinematografica. In queste opere, ancora più che in altre, un elemento importante era costituito dalla colorazione, ancora una volta affidata alla moglie Laura. La scelta operata fu quella di un cromatismo delicato, che rispettasse e valorizzasse il segno sottostante e che fosse perfettamente in sintonia con l'atmosfera sospesa, quasi atemporale, voluta dal disegnatore.
Per “Il Giornalino”, delle Edizioni Paoline, Battaglia realizzò Till Eulenspiegel e Gargantua, due racconti nei quali, attingendo sapientemente alla favolistica popolare, l'ironia di Rabelais era virata su un registro grottesco. Il tutto reso con un'estrema delicatezza del tratto, all'insegna di una “poesia grafica” di cui ormai il disegnatore era completamente padrone.
L'uomo della Legione e L'uomo del New England realizzati per la collana Un uomo un'avventura della Cepim, così come Le avventure dell'ispettore Cocke, realizzate per L'Isola Trovata, rappresentarono il ritorno di Battaglia a una fase, sul piano creativo, simile a quella che aveva caratterizzato gli anni del “Corriere dei Piccoli”: un'occasione per misurare la forza espressiva della propria grafica con una narrazione di genere avventuroso, scandita in modo classico. E' proprio in queste storie che si rivela, ancora una volta, la grandezza di Battaglia, capace di sintetizzare il proprio segno, di adattarlo a una racconto più dinamico, attenuando le tendenze figurali di tipo illustrativo che avevano sempre caratterizzato i suoi lavori.
E così l'autore pose fine anche a quella sterile polemica tra coloro che si domandavano se fosse più un illustratore o un autore di fumetti.
Battaglia amava il cinema di Luchino Visconti, ne apprezzava la perfezione formale, la sontuosità della messa in scena, la puntigliosa documentazione delle sceneggiature. Una volta confessò che aspirava a essere considerato il Visconti del fumetto. Avrebbe voluto ottenere con il proprio disegno l'equivalente di ciò che il regista milanese aveva reso con film quali Senso e Il Gattopardo.
Ora possiamo dire che quell'aspirazione venne realizzata in pieno. Infatti, la prima impressione che suscitano sempre i disegni di Battaglia - così come accade per le immagini girate da Visconti - è quella di un'eleganza estrema, raggiunta non tanto (e non solo) con il puro virtuosismo grafico, bensì con una calibrata misura del segno, mai ridondante, mai eccessivo, ma sempre funzionale alla scena, all'atmosfera, ai personaggi, all'interpretazione del racconto. Un disegno che rivela anche sacrificio e tormento, perché, a volte, "togliere" e "limare" può essere, per l’artista, più faticoso che "mettere".
Dovrebbero guardare a Battaglia quei giovani disegnatori che, pur essendo tecnicamente abilissimi, tuttavia non riescono a elevare il loro disegno dalla dimensione del manierismo (e a volte, della volgarità), proprio perché incapaci di dosare il tratto, di finalizzare in chiave espressiva la rappresentazione grafica.
Guardando le tavole di Battaglia verrebbe quasi da dire, mutuando Godard, che anche un tratto di pennino è una questione di morale.
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