| GINLUIGI BONELLI |
Autore: Bepi Vigna |
L’attività di Gianluigi
Bonelli si è espressa soprattutto nel fumetto. A partire dal secondo
dopoguerra, proprio le storie a fumetti, insieme ai film americani e agli
sceneggiati televisivi, hanno svolto in Italia quello stesso ruolo che,
un tempo, era esclusivo della letteratura d'appendice, riuscendo a soddisfare
le esigenze d'evasione delle masse, così come vi riuscivano un secolo
prima i romanzi di Eugéne Sue e di Alexandre Dumas.
In particolare, nei fumetti si è avuta la perfetta rappresentazione
del mito dell'avventura, che è l'elemento essenziale su cui la narrativa
popolare ha sempre fondato le sue fortune. Tex Willer è certamente
la maggior icona italiana di questo genere letterario negli ultimi cinquant’anni,
un personaggio capace di superare indenne le ripetute crisi del mercato
fumettistico, di resistere alle mode e alle critiche e di essere ancora
oggi, negli anni duemila, l’eroe più amato e citato; egli ha
contribuito a soddisfare quella necessità di sognare dell’uomo,
che il più delle volte compensa un complesso di inferiorità
sociale: consente una piccola rivalsa su un presente che troppo spesso di
entusiasmante ha davvero poco.
Antonio Gramsci, che rimproverava agli intellettuali italiani di non aver
mai saputo trovare un reale contatto con il "popolo-nazione" -
individuando, proprio quale riflesso di questo distacco, la mancata nascita
in Italia di una letteratura nazional-popolare - non ha fatto in tempo a
conoscere Tex Willer, ma se così fosse stato, siamo certi che l’avrebbe
amato.
Bonelli si è rivelato un degno continuatore di quella narrativa che
in Italia aveva avuto in Emilio Salgari, Luigi Motta ed Enrico Novelli (in
arte Yambo) i rappresentanti più illustri.
Emilio Salgari sosteneva che il segreto della popolarità di un autore
è costituito dal riuscire a narrare ciò che il lettore vuole
essere. Gian Luigi Bonelli aveva, in un certo senso, corretto questo assunto,
ritenendo che il motivo del successo del suo Tex, fosse dovuto, in realtà,
alla totale identificazione dell’autore col personaggio.
“Tex sono io!” affermava. “Quando non me lo addosso resto
fermo davanti alla macchina da scrivere anche due o tre giorni, senza battere
una sola riga. Quando l’idea arriva, mi calo nel personaggio e mi
metto a scrivere furiosamente”.
Bonelli sapeva benissimo che cosa volevano i suoi lettori: il trionfo del
bene sul male. E l’eterno conflitto, il più delle volte, nelle
sue storie, si traduce nella messa in discussione del potere.
“Odio il palazzo”, dichiarò una volta in un’intervista.
“ In realtà siamo tutti anarcoidi, ribelli, infastiditi da
mille problemi e io offro alla gente l’evasione... un ranch nel deserto,
una giungla, dei pirati. Gli italiani sono pigri e non leggono? Io riesco
a vincere la loro pigrizia!”
Nato a Milano il 22/12/1908, dopo aver fatto vari mestieri ed essersi dedicato
al pugilato, Bonelli negli anni Venti iniziò la carriera di giornalista
e scrittore, facendosi le ossa nella Casa editrice S.A.E.V. di Lotario Vecchi
e scrivendo, spesso sotto pseudonimo, romanzi rosa venduti a dispense e
storie avventurose. Collaborò anche con il Corriere dei Piccoli e
con Il Giornale Illustrato dei Viaggi della Sonzogno.
Tra le sue letture preferite in quegli anni vi erano i libri di Jack London
e Joseph Conrad ed egli stesso desiderava scrivere romanzi d’avventura,
tanto che finirà per considerarsi sempre “un romanziere prestato
al fumetto e mai più restituito”.
Di romanzi ne scrisse alcuni, denotando una notevole agilità di composizione
e una prosa moderna, di tipo cinematografico, che riduceva quasi del tutto
le pause descrittive. Emergeva già nelle opere letterarie la cifra
stilistica che avrebbe caratterizzato inconfondibilmente i suoi fumetti.
Negli anni Trenta, il fumetto si andava imponendo come la nuova frontiera
del racconto avventuroso, il mezzo espressivo che meglio poteva soddisfare
il desiderio d’evasione dei lettori, favorendo una più facile
identificazione con i protagonisti delle storie. Un medium legato imprescindibilmente
all’immagine, molto più adatto a rappresentare l’azione
e il movimento e, quindi, più vicino al fascino del cinema.
Nel 1939 Bonelli rilevò la testata Audace e ne cambiò il formato,
trasformandola in una serie di albi all’americana.
Poiché il Ministero della Cultura Popolare imponeva in quegli anni
forti limiti strutturali e tematici agli albi a fumetti, Bonelli riadattò
alcuni classici della letteratura, come L’Orlando Furioso e La Gerusalemme
Liberata, su cui nessun censore poteva mettere mano.
Le vicende della guerra, portarono lo scrittore a lasciare l’Italia
nel 1943 e a rifugiarsi in Svizzera fino al 1945.
Quando torna a casa, sua moglie Tea aveva preso in mano le redini della
casa editrice e i due si accordarono per ripubblicare il vecchio materiale
prodotto prima della guerra e per dar vita a nuove collane a fumetti.
Nel 1948 i Bonelli puntavano soprattutto sulla nuova testata Occhio Cupo,
ma decisero di varare anche un albo nel nuovo formato a striscia (più
economico), con le storie western di un fuorilegge che in origine doveva
chiamarsi Tex Killer. A disegnare le due serie venne chiamato un illustratore
cagliaritano, che si era messo in luce lavorando per la Nerbini e per gli
editori Del Duca: Aurelio Galeppini.
Furono proprio Bonelli e Galeppini a inventare il western all’italiana,
perché loro, meglio di altri, riuscirono a riutilizzare un mito tipicamente
americano, arricchendolo dell'immaginario derivato dalla grande tradizione
del romanzo popolare. Il disegnatore sardo ha sempre affermato di aver preso
come modello Gary Cooper. In realtà, il Tex degli esordi ricordava
molto anche Tom Mix, Ken Maynard e altri improbabili cowboy canterini dall’abbigliamento
vagamente circense.
Il West di Tex assorbì tutti i generi: dall'horror, alla detective
story, dal fantasy alla fantascienza. Quando apparve per la prima volta,
il 30 settembre del 1948, in un albo a striscia di trentasei pagine intitolato
Il totem Misterioso, il personaggio non sembrava diverso dagli eroi che
andavano di moda in quegli anni, tutti un po’ simili, senza regole
comportamentali fisse o codici morali particolari.
In realtà, nel personaggio c’era già una forte carica
innovativa: innanzitutto si presentava come un fuorilegge, seppure senza
colpa, e questo era già un fatto abbastanza trasgressivo. Inoltre
la narrazione era condotta con una secchezza inusuale nel fumetto di quegli
anni: il lettore si trovava catapultato immediatamente in mezzo all’avventura
e tutto l’impianto drammatico era costruito intorno all’azione.
Bonelli riversò nel personaggio la sua visione un po’ anarchica
della vita, ma soprattutto le suggestioni e le emozioni ispirate dai grandi
romanzi d’avventura. Tra i suoi libri preferiti c’era anche
I Tre moschettieri, da cui è derivato, con ogni probabilità,
il carattere un po’ guascone di Tex. Proprio come nel romanzo di Dumas,
il protagonista venne presto contornato da una squadra di pards: Carson,
Tiger Jack e poi Kit Willer.
Il primo Tex (il cui nome venne poi modificato opportunamente in Willer),
inoltre, aveva alcune caratteristiche che, probabilmente, furono anche quelle
che negli anni Sessanta ne determinarono l’incredibile successo. Innanzitutto,
il protagonista era un fuorilegge perseguitato e questo elemento dava già
un taglio più adulto alle sue avventure, in un periodo in cui l’età
dei lettori di fumetti era ancora molto bassa ed era quasi obbligatorio
dare sempre una precisa connotazione morale ai personaggi. C’è
da tener conto che nell’Italia del primo dopoguerra i fumetti venivano
considerati ancora con diffidenza, ed erano duramente osteggiati dagli insegnanti,
che li ritenevano prodotti diseducativi. Inoltre, fin dalla prima striscia,
il lettore si trovava immediatamente immerso nell’azione, senza che
nessun presupposto dell’avventura fosse stato anticipato: un modo
di raccontare assolutamente innovativo per l’epoca. Ma l’elemento
che conquistò il pubblico, al di là delle trame molto ben
congegnate e del disegno realistico accattivante, era anche il fatto che
le storie esprimevano valori che il pubblico avvertiva come universali.
Si è discusso a lungo sul fatto se Tex sia di destra o di sinistra.
Forse, la parola definitiva sul punto, l’ha detta il filosofo Giulio
Giorello, quando ha a fatto notare che anche un intellettuale considerato
di destra come Ezra Pound diceva “Guai a coloro che fondano i loro
diritti sulla conquista”. Questa, in effetti, è anche la legge
di Tex, oltre che il nucleo di ogni spirito di resistenza. “Tex vede,
capisce, agisce e se ne va. Nessuno potrà dire di averlo avuto dalla
sua parte, perché non c’è nessuna parte degna di averlo”.
Oltre Tex, Gian Luigi Bonelli ha creato numerosissimi altri personaggi,
tra i quali vanno almeno ricordati Il vendicatore dell’Ovest (1948),
Yorga (1949), Davy Crockett (1956), Hondo (1957).
“Le mie storie”, dichiarò una volta, “sono l’espressione
della lotta tra il torto e la ragione e alla gente piace capire subito chi
ha ragione”.
Ma forse per comprendere meglio il modo di vedere le cose e la personale
poetica di questo grande sceneggiatore, è molto più illuminante
un’altra sua frase: “Io sono un sognatore, ma se mi mollano
una sberla, ne restituisco due!”
|