
Era il 1986 e la casa editrice di Sergio Bonelli (a quell’epoca con l’etichetta Daim Press), varava una nuova collana a fumetti: “
Dylan Dog”, l’indagatore dell’incubo. Fin dal primo numero a tutti parve una cosa strana, nuova, geniale. Tiziano Sclavi utilizzava gli stereotipi e le icone del cinema popolare per dar vita a un universo poetico e surreale, dove i temi centrali erano le paure più profonde dell’uomo, la sua difficoltà a sentirsi parte di un mondo che spesso appariva ostile, assurdo, incomprensibile, popolato di mosti nei quali, a volte, era possibile riconoscere sé stessi.
Le storie mischiavano tematiche e situazioni dell’horror gotico classico, con le provocazioni e gli eccessi del più moderno “splatter” cinematografico, accostavano l’orrore più estremo a l’ironia, spesso acida o volutamente demenziale. Un’intuizione perfetta perché, frequentemente, il grido di terrore e la grassa risata hanno la stessa origine e contengono la medesima carica liberatoria.
E, poi, altra caratteristica di quel nuovo fumetto, erano le citazioni di ogni tipo, i riferimenti costanti sia alla cultura “alta”, sia ai prodotti della cultura di massa (film, fumetti, canzoni).
Citazioni, a iniziare dal nome del protagonista: Dylan era un omaggio al poeta Dylan Thomas; Dog, invece veniva dal titolo di un libro di Mike Spillane (“
Dog, figlio di…”), che Sclavi non aveva neanche mai letto, ma che gli era rimasto impresso perché “suonava bene”. I filologi del fumetto ricordano che quello stesso nome era già stato utilizzato per una breve storia, disegnata da Lorenzo Mattotti, apparsa negli anni Settanta.
Tiziano Sclavi veniva dal giornalismo: aveva lavorato al “
Corriere della Sera”, collaborando anche al “
Corriere dei Ragazzi”, “
Corriere dei Piccoli”, “
Amica”, “
Millelibri”, “
Salve”. Prima di entrare come redattore alla Bonelli (nel 1982) aveva già scritto diversi fumetti interessanti: “
Altai & Johnson” e “
Silas Finn” (due serie disegnate da Giorgio Cavazzano), “
Agente Allen” (con Mario Rossi) e “
Vita da cani” (con Gino Gavioli). Alla Bonelli si era messo subito in luce scrivendo memorabili storie di
Zagor,
Ken Parker,
Martyn Mistére e nel 1983 aveva creato il personaggio di
Kerry il trapper.
I disegni preparatori e le copertine dei primi numeri di “
Dylan Dog” vennero affidati a Claudio Villa, grande disegnatore realistico dallo stile classico, ma il primo albo, lo disegnò Angelo Stano, artista dal segno molto più grafico, nei cui disegni si potevano cogliere echi dei quadri di Egon Schiele. Dal numero 42 Stano iniziò a firmare anche le copertine della serie.

La prima tiratura non fu elevata, il prodotto sembrava destinato a un pubblico di nicchia e, invece, nel volgere di pochi mesi, “
Dylan Dog” divenne uno dei più incredibili successi editoriali della storia dei comics.
Piaceva ai ragazzi, ma anche agli intellettuali perché ogni storia si prestava a differenti livelli di lettura e, soprattutto, perché ogni episodio riservava immancabilmente delle sorprese, uscendo anche oltre i confini del genere, ma senza mai tradire le aspettative del lettore.
Storie autoconclusive, cariche di tensione (come i film di Gorge Romero e Dario Argento), molto spesso con il controfinale surreale (come nei film di Tobe Hooper e Wes Craven), dove però si respirava anche un’atmosfera provinciale, molto italiana. In fondo, la Londra un po’ grigia in cui si muove “
Dylan Dog” non è poi così lontana dalla nebbiosa padana da cui viene Sclavi (che è di Broni, in provincia di Pavia) e dove sono nate le sue suggestioni e le sue paure, le stesse che hanno ispirato uno scrittore come Dino Buzzati, o un regista come Pupi Avati (autore di film come “
La casa dalle finestre che ridono”, “
Zeder”, “
L’arcano incantatore”). Nel suo fumetto, Sclavi ha anche riversato tutta una serie di elementi autobiografici: una parte del passato del personaggio allude a quello del suo autore. Dylan ha la stessa sensibilità esasperata di Tiziano, ha le sue angosce, la sua malinconia, la sua generosità, il suo gusto per la battuta.
Attorno a “
Dylan Dog” compaiono una serie di comprimari, costruiti come vere e proprie maschere teatrali, che spesso rivelano una vocazione simbolica.
La spalla del protagonista ha le sembianze di “
Groucho Marx” e i suoi interventi sono l’occasione per spiritosaggini fulminanti e spiazzanti, dove si concentra il meglio dell’umorismo da Woody Allen a Mel Brooks, quasi a voler costantemente ricordare al lettore quanto sia labile il confine tra il dramma e la farsa.
L’ispettore “
Bloch” di Scotland Yard (Bloch come il filosofo Ernst) è una sorta di fratello maggiore di “
Dylan”, saggio e protettivo, propenso a trovare sempre una spiegazioni razionale anche di fronte ai casi che appaiono dominati dal soprannaturale. Sclavi lo ha, forse, ideato pensando a Decio Canzio, storico direttore generale della Bonelli, suo grande amico e maestro.
“Xabaras”, il cui nome è l’anagramma del demone Abraxas, è il primo e più grande nemico di “
Dylan”. Nel mitico numero 100 della serie si viene a sapere che è il padre del protagonista, o meglio la metà oscura e dannata del genitore, originariamente un biologo che aveva osato sfidare le leggi della natura alla ricerca dell’immortalità.
E poi le donne, quelle con cui Dylan vive le sue storie d’amore; donne la cui bellezza è spesso ingannevole, donne appassionate, crudeli, dolcissime, che possono essere salvezza e dannazione, gli angeli o i demoni dietro cui è facilissimo perdersi; donne come “
Morgana”, l’amore più grande (forse una proiezione onirica della stessa madre di “
Dylan”), come la prostituta “
Bree Daniels”, come la fotomodella “
Anna Never”, o l’attivista dell’IRA “
Lillie Connolly”.
Anche la
Morte fa speso apparizione nelle storie, diventa un personaggio reale. E’ rappresentata come nell’antica iconografia medioevale, molto simile anche a come appare nel film “
Il Settimo Sigillo” di Igmar Bergman.
Nel campionario infinito di mostri - a volte reali, altre volte simbolici - che propongono le storie di “
Dylan Dog”, finisce per emergere un’idea precisa: siamo tutti mostri e l’orrore che i circonda è generato dalla paura per la nostra diversità. L’orrore è figlio di un odio che può essere vinto solo con la pietà e la comprensione dell’altro.
Lo sguardo che Sclavi getta sulla realtà, a pensarci bene, è simile a quello di un adolescente che prende coscienza della vita e dell’amore. E in effetti, “
Dylan Dog” è una grande metafora dell’adolescenza; di quella fondamentale stagione della vita, di cui il fumetto riesce a cogliere l’elemento essenziale – che, in qualche modo, ne costituisce anche il fascino irresistibile – ovvero il mistero.
Anche con questa lettura si spiega il grande successo che fa della serie, ancora oggi, una delle più gradite dal pubblico.
“Dylan Dog” ha rappresentato il punto di unione tra il fumetto d’autore e quello a grande diffusione e, con “
Tex Willer”, è probabilmente il miglior esempio di grande racconto popolare italiano.
Sclavi è autore anche di una decina di romanzi, uno dei quali ha ispirato il film di Michele Soavi “
Dellamorte Dellamore”, interpretato da Rupert Everett.
Il romanzoera una sorta di prova generale del fumetto, a cui risulta molto vicino nello spirito del racconto, anche se ne accentua in qualche misura la dimensione visionaria e onirica. Il film che ne ha tratto Soavi è stato molto apprezzato all’estero (dove è stato distribuito col titolo di “
Cemetery Man”) e su di esso hanno espresso giudizi lusinghieri registi come Terry Gilliam, Quentin Tarantino e Martin Scorsese.