Spesso si usa il termine spregiativo “fumettone”, riferito a film, telenovelas, o libri infarciti di retorica sentimentale. In realtà, i fumetti propriamente detti non c’entrano niente, l’espressione deriva piuttosto da quello che può essere considerato un parente povero dei comics: il bistrattato fotoromanzo.
I racconti con le foto degli attori veri, negli anni Cinquanta e Sessanta, erano un importante fenomeno editoriale e di costume, di cui si sono occupati sociologi e psicologi, e a cui si sono interessati registi come Federico Fellini, che ha raccontato il mondo dei fotoromanzi nel film Lo Sceicco Bianco (1952), e Michelangelo Antonioni, che ha esplorato il boom di queste pubblicazioni in uno dei suoi primi documentari: L’Amorosa Menzogna (1950).
I fotoromanzi sono un’invenzione tutta italiana, poi diffusasi rapidamente in Europa e in America Latina. La loro storia inizia a Milano, nel 1946, quando gli editori Mimmo e Alceo Del Duca e il giornalista Matteo Macciò, hanno l’idea di creare un giornale nuovo, di poco prezzo e dal formato maneggevole, indirizzato al pubblico femminile. I Del Duca sono gli editori dell’”Intrepido”, una rivista che, mischiando l’avventura con gli intrecci amorosi, ha conquistato una sostanziosa fetta di pubblico anche tra le ragazzine, tradizionalmente poco inclini alla lettura dei fumetti. Ma il nuovo progetto vuole essere ancora più innovativo. Per i testi vengono contattate alcune scrittrici di romanzi rosa come Luciana Peverelli e Wanda Bontà, mentre per i disegni ci si rivolge ad alcuni dei migliori cartellonisti e illustratori di quegli anni come Walter Molino e Giulio Bertoletti. A loro viene chiesto di realizzare tavole dipinte ad acquarello con grande ricchezza di toni e mezzi toni nella gamma dei grigi, per ottenere uno stile fotografico.
“Grand’Hotel”, questo il nome della nuova rivista, esce il 29 giugno del 1946, stampato in centomila copie, subito esaurite, tanto che il primo numero viene ristampato addirittura altre quattordici volte in pochi giorni!
E’ un successo senza precedenti, che porta subito a una serie di imitazioni. Gli stessi fratelli del Duca varano immediatamente altre testate molto simili,“Mistero” e “Chiaro di Luna” (dove lavora anche Aurelio Galleppini), ma a contendere le lettrici a “Grand’Hotel” sono soprattutto altri due settimanali: “Il mio sogno” (divenuto poi “Sogno”), pubblicato dalle Edizioni Novissima di Giorgio Canus De Fonseca - una piccola casa editrice romana acquisita ben presto dalla Rizzoli - e “BoleroFilm”, che la Mondadori fa uscire poche settimane dopo “Grand’Hotel”, e, dove, per la prima volta, viene usata la parola “fotoromanzo”. La novità introdotta dalle neonate riviste è, infatti, la sostituzione dei disegni con le fotografie, per dare ai racconti un taglio più cinematografico e una maggior verosimiglianza. Anche “Grand’Hotel”, dopo qualche anno, adotterà questa nuova formula.
La paternità dell’invenzione del racconto fotografico è un po’ discussa. Secondo alcuni sarebbe un’idea di Cesare Zavattini, che aveva già sceneggiato diversi fumetti per gli Albi d’Oro della Mondadori e, poi, era passato a collaborare con “Bolero Film”. In effetti, in molte storie pubblicate nei primi anni, si può riscontrare una certa sensibilità neorealistica.
Per altri, invece, a inventare il fotoromanzo in senso proprio sarebbe stato Damiano Damiani, che dopo aver fatto parte, insieme a Pratt, Battaglia, Faustinelli e Ongaro, del gruppo fondatore della rivista a fumetti “L’Asso di Picche” era passato a “Sogno”, dove dirigeva i set e lavorava a stretto contatto con Luciano Pedrocchi (fratello dello sceneggiatore Federico, figura storica del fumetto italiano) e Franco Cancellieri, autore di novelle e direttore di produzione.
Per oltre vent’anni “Grand’Hotel”, “Bolero” e “Sogno”, si sono spartite la fetta maggiore del mercato: si è calcolato che, considerando solo queste tre riviste, negli anni Cinquanta circolassero settimanalmente non meno di 1.600.000 copie di fotoromanzi. Ma erano tantissime le pubblicazioni minori dello stesso genere: “Capricci”, “Grandi Firme”, “Charme”, “Tribuna d’amore”, “Astro”, “Arabella”. Secondo la rivista “Centofilm”, a metà degli anni Sessanta, erano oltre una settantina le testate distribuite sul territorio nazionale, ma molte altre venivano realizzate direttamente per il mercato estero ed esportate in Francia, Nord Africa, America Latina.
I fotoromanzi erano, ormai, diventati un punto fermo dell’immaginario popolare italiano e il loro linguaggio si identificava con un genere narrativo specifico, quello sentimentale, anche se non mancavano tentativi di utilizzarli per propagandare idee politiche, principi religiosi o per fare contro informazione su temi quali il divorzio, l’aborto, l’uso degli anticoncezionali.
I fotoromanzi apparivano su una rivista satirica come il “Il Candido” e sui periodici dell’area cattolica come “Famiglia Cristiana” e “Il Vittorioso”.
Alla fine degli anni Sessanta, però, l’aumento dei costi di produzione mette in crisi l’intero settore: molte riviste chiudono, altre cercano di rinnovarsi dando più spazio a rubriche di TV, moda, canzoni, sport.
E’ una casa editrice romana, la Lancio, che riporta il fotoromanzo ai livelli del periodo d’oro e lo fa grazie a una trovata geniale, puntando sul divismo, trasformando cioè, in star gli attori che interpretano le storie. Nascono vere e proprie icone pop come Franco Gasparri (passato, in seguito, al cinema e diventato famoso con i tre film della serie Mark il poliziotto), Franco Dani, Jean Marie Carletto, Luciano Francioli (fratello di Armando, interprete di tanti sceneggiati televisivi), Max Delys, Mimo Billi (ex apprezzato attore di teatro), Heros Zamara, Kirk Morris (già presenza fissa in moltissimi film mitologici), Alex Damiani, Gianfranco De Angelis, Enzo Colajacono, Frank 'O Neill, Gianni Vannicola (specializzato in ruoli da “cattivo”).
Per quanto riguarda le attrici, i nomi di spicco erano Michela Roc e le sorelle Claudia e Francesca Rivelli, quest’ultima diventata attrice famosa col nome d’arte di Ornella Muti. Ma c’erano anche, Paola e Caterina Piretti (in arte Paola Pitti e Katiuscia), Marina Coffa (già apparsa in TV nella serie La famiglia Benvenuti) e le “cattive” Adriana Rame, Rosalba Grottesi, Rayka Juri.
In quegli anni non era raro vedere fuori dai cancelli dei teatri di posa folle di ragazzine che aspettavano i loro beniamini per avere un autografo. Le produzioni organizzavano anche visite guidate nei set per mostrare gli attori al lavoro.
Negli anni Ottanta, con l’arrivo sul piccolo schermo delle
telenovelas e delle
soap opera, per i fotoromanzi è iniziato un declino irreversibile. Sopravvivono ancora alcune pubblicazioni, ma, ormai, sono un fenomeno sporadico. Eppure, forse, è proprio leggendo quelle vecchie riviste che si possono capire quali sono stati i desideri, le aspirazioni e le paure degli italiani in questi ultimi decenni.