| AURELIO GALEPPINI |
Autore: Bepi Vigna |
Aurelio Galeppini (Casal di Pari, 1917-Chiavari, 1994) trascorse gran parte dell’infanzia in Sardegna, dove la sua famiglia, originaria dell’isola, era tornata a vivere stabilendosi prima a Iglesias, poi a Cagliari. Proprio nel capoluogo sardo, Galleppini imparò da autodidatta la tecnica del disegno, incoraggiato da amici pittori che, vedendo i suoi lavori, ne intuirono il genuino talento. I suoi primi disegni li pubblicò nel 1936, sulle pagine di una rivista per bambini intitolata “Mondo fanciullo”. In seguito, lavorò per le pubblicazioni napoletane “Modellina”(su cui apparve il primo fumetto che gli fu retribuito) e “Il Mattino illustrato”, poi, per l’editore italo argentino Cesare Civita, disegnò due storie di Federico Pedrocchi, grande sceneggiatore e responsabile delle pubblicazioni per ragazzi della Mondadori: Pino il mozzo e Le perle del Mar d’Oman.
Nel 1940 lasciò la Sardegna per trasferirsi a Firenze dove collaborò con l’editore Nerbini, pubblicando varie storie sul settimanale “L’Avventuroso”.
Subito dopo la guerra tornò a Cagliari.
Per chi, in Sardegna, si occupava di illustrazione e di fumetto, il periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale non offriva alcuna occasione di lavoro. Inoltre, era difficile reperire la carta da disegno, l’inchiostro, i pennini, i pennelli. La vita era durissima per tutti: mancavano i generi di prima necessità e non erano stati ancora ristabiliti i collegamenti col continente. Occorreva ingegnarsi e darsi da fare.
Cagliari, semi distrutta dai bombardamenti, cercava faticosamente di riprendere la vita di sempre. Gran parte della popolazione, sfollata nei paesi dell’interno, non aveva ancora fatto ritorno in città, dove erano presenti i militari americani, i quali andavano alla caccia di souvenirs da portarsi via.
Aurelio Galleppini, per guadagnare qualche lira, dipingeva quadretti con soggetti sardi e ritratti di soldati su tavolette o vecchie mattonelle prelevate dalle case diroccate. Mise anche da parte un discreto gruzzolo in AmLire, ma, poiché non c’era nulla da comprare, a parte i pochi prodotti della campagna venduti nelle bancarelle, quando ci fu la svalutazione, si ritrovò con in mano un mucchio di carta straccia.
Pian piano si rimetteva in moto anche la vita culturale della città, e vennero organizzate alcune mostre collettive di pittura, alle quali Galleppini non mancò di partecipare.
Con la riapertura dell’Università il disegnatore ebbe anche modo di approfondire lo studio dell’anatomia umana, grazie alla complicità di alcuni amici studenti di medicina, i quali, oltre a prestargli i loro libri, lo fecero ammettere alle lezioni in cui venivano sezionati i cadaveri.
Nel 1945, Galeppini aprì una piccola scuola di disegno (intitolata a Leonardo Da Vinci), con sede nel suo studio in via Sardegna al n. 48. Lui vi insegnava disegno artistico mentre il cognato teneva lezioni di disegno edile e tecnico.
Tra gli allievi del corso ci furono Vittorio Congia (divenuto, in seguito, uno dei più popolari attori caratteristi del cinema e del teatro comico italiano) Renzo Orrù, che negli anni Cinquanta si affermò nell’ambito del fumetto popolare e Tatano Corrias, un ragazzo di San Gavino Monreale che Galleppini aveva preso come assistente.
Lo studio era anche frequentato da molti altri amici del disegnatore, tra i quali lo scrittore e poeta Marcello Serra e il giornalista Peppino Fiori.
Col passare del tempo, il lavoro andava aumentando: a Galleppini venivano richiesti non solo quadri e ritratti, ma anche disegni pubblicitari e cartelloni per il cinema. Gli capitò anche di affrescare la cappella dell’Istituto di suore di San Vincenzo, a Cagliari. Per i temi di queste raffigurazioni Galleppini si ispirò ad alcuni episodi della storia dell’ordine vincenziano: il primo dei due affreschi che ornano i lati della cupola sovrastante l’altare mostra l’apparizione della Madonna a Santa Caterina Labourè, quando la Vergine chiese che venisse coniata la “medaglia miracolosa”, segno della sua protezione materna; nel secondo affresco, invece, è rappresentata l’apparizione del Sacro Cuore a una figlia della Carità.
Lo stile degli affreschi e dei dipinti si rifà all’iconografia sacra più popolare, ma, nei quattordici quadri della Via Crucis realizzati a tempera su cartoncino, il tratto è già più innovativo e, nel taglio di alcune inquadrature, si intravede la mano dell’autore di fumetti. Curiosa anche la strana somiglianza che lega San Vincenzo De Paoli a Kit Carson: i due hanno, infatti, la stessa forma del viso e pure la medesima barbetta bianca.
L’esistenza di queste opere ha costituito per anni un piccolo segreto, che Galleppini non amava rivelare, se non ai familiari e agli amici più fidati. Uno strano pudore, il suo, dettato forse dal timore che qualcuno potesse giudicare irriverente l’ardire di cimentarsi nell’arte religiosa da parte di un disegnatore di fumetti. Non dimentichiamo che, fino agli anni sessanta, i fumetti erano ancora guardati con grande diffidenza dalla cultura ufficiale, nonché osteggiati dalla scuola e i disegnatori che li realizzavano godevano di scarsissima considerazione nell’ambiente artistico e, spesso, erano addirittura apertamente disprezzati.
La firma sulle opere della chiesa delle suore di San Vincenzo venne apposta solo nel 1984, quando l’artista tornò a Cagliari in occasione di una mostra organizzata alla Cittadella dei Musei dall’amico Giorgio Ariu. Purtroppo le tele accusano sempre più i segni del tempo e necessiterebbero di un restauro. Sarebbe un peccato che si deteriorassero ulteriormente, perché esse rappresentano una parte importante della storia culturale della città di Cagliari, quasi un simbolo della voglia di rinascere dopo i duri anni della guerra.
Negli anni successivi al secondo conflitto, Aurelio Galleppini, nonostante non avesse un titolo di studio, si era guadagnato una solida fama come pittore; questo gli procurò gli incarichi di insegnante di disegno, al liceo artistico e nella scuola media dei Salesiani.
Quando, però, l’editore Nerbini gli propose di riprendere la collaborazione, Galleppini non seppe dire di no e partì per Firenze.
Rispetto al passato, le cose erano cambiate parecchio nel mondo dei fumetti: le condizioni del mercato erano diventate molto più difficili e tra gli autori e gli editori mancava l’entusiasmo che c’era prima della guerra.
Il lavoro proposto dall’editore fiorentino non richiedeva che il disegnatore si trasferisse a Firenze, per cui, dopo un breve soggiorno in Toscana, Galleppini fece ritorno a Cagliari, dove poteva contare sull’aiuto di Tatano Corrias per l’inchiostrazione delle tavole.
Per la Nerbini Galleppini disegnò un adattamento di Pinocchio, su sceneggiatura di Marcello Serra, qualche episodio di Mandrake, (imitando senza troppo entusiasmo lo stile dei disegnatori americani) e diverse illustrazioni e copertine per libri.
Si rifece vivo anche l’editore Del Duca, per il quale Galleppini realizzò un paio di storie rosa destinate a “Mistero” e “Chiaro di luna” (due riviste nate sulla scia di “Grand Hotel”)e una serie di avventure per gli “Albi dell’Intrepido”: Il mistero del castello di Fuentes, Il vendicatore, Alla conquista del nuovo mondo, Montezuma figlio del sole, La congiura di Spagna, La perla della Malesia, Capitan Lander, Il traditore, La perla azzurra, Il clan dei vendicatori, I dominatori dell’infinito, I misteri del pianeta Marte, Il premio del perdono, Naja, Il piccolo sergente.
Una volta terminati i lavori per Del Duca, Galleppini scrisse ad altre case editrici, offrendo la propria collaborazione. Tra le tante risposte che ricevette, vi fu anche quella di Tea Bonelli, delle edizioni Audace, la quale propose al disegnatore sardo di occuparsi di due nuove serie create da Gianluigi Bonelli: Occhio Cupo, che doveva essere la testata principale della casa editrice e una pubblicazione minore, un western in formato a striscia, il cui personaggio principale si sarebbe dovuto chiamare Tex Killer.
Galleppini decise di accettare l’offerta e nel 1948 partì per Milano. In realtà, vivere in questa città, ancora devastata dalla guerra, non era facile, perché la vita era molto più cara che in Sardegna; lo stesso disegnatore, dopo un primo periodo in cui abitò a casa dei Bonelli, preferì trasferirsi in Liguria, a Chiavari, dove fu raggiunto dai familiari.
Occhio Cupo veniva pubblicato nella Serie d’Oro Audace, una collana di albi di grande formato che, nella terza di copertina, proponevano anche una riduzione a fumetti del Libro della Jungla. Dietro suggerimento di Galleppini, il riadattamento del romanzo di Kipling venne affidato a Marcello Serra, che firmò la sceneggiatura di dodici puntate, prima che la serie venisse sospesa.
Tex (il cui cognome era poi diventato Willer e non più Killer), con grande sorpresa degli stessi editori, risultò molto gradito al pubblico, sopravvivendo a Occhio Cupo, il personaggio su cui i Bonelli, inizialmente, puntavano di più.
Tex può essere considerato una vera e propria icona del racconto popolare italiano, un eroe conosciuto in tutto il mondo (è il fumetto italiano più tradotto all’estero) e assolutamente intergenerazionale, raccogliendo schiere di affezionati lettori sia tra i giovanissimi che tra il pubblico più adulto.
Nei primi tempi in cui lavorava al personaggio, dovendo immaginare gli scenari esotici dell’Ovest americano, Galleppini, per sua stessa ammissione, rielaborava spesso i paesaggi della sua Sardegna. Così accadeva che, in alcune vignette, si scorgessero sagome contorte di olivastri e greggi al pascolo sullo sfondo, o che, in altre, le rocce modellate dal vento ricordassero i profili delle montagne del Sulcis. Forse, è stato anche grazie a Tex e a Galleppini se, anni dopo, molti luoghi dell’isola sono diventati lo scenario ideale di tanti spaghetti-western
La realizzazione delle storie di Tex, impegnò Galep fino alla sua scomparsa, avvenuta il 10 marzo del 1994.
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