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Ha superato l'ottantina e, dopo averne trascorso quasi cinquanta a Roma, ha fatto ritorno nella sua Alassio, l’unico posto, forse, dove la gente lo conosce con il suo vero nome: Fabrizio Maurizio Guido. Ma per tutti gli altri, lui è e sarà sempre Gibba, uno dei grandi artisti del cinema d’animazione italiano. Lo pseudonimo di Gibba, nacque sui banchi di scuola per firmare le irriverenti caricature ai severi padri Salesiani che costituivano il corpo insegnante, e, poi, è rimasto quello per tutta la carriera. Una carriera lunga e onorata. Gibba ha lavorato praticamente con tutti: prima della guerra con i fratelli Cossio alla Macco Film, con Antonio Rubino alla INCOM, con Niso Rasponi (collaborò a Hallo Jeep! su sceneggiatura di Federico Fellini) e con Anton Gino Domeneghini (che lo volle tra gli animatori della Rosa di Bagdad, uno dei primi lungometraggi italiani a cartoni animati e primo film italiano in Technicolor). Il suo tratto elegante, gli permise di proporsi con successo anche nel campo del fumetto, collaborando con il “Corriere dei Piccoli”, “Il Giornalino”, “Il Travaso”. Nel 1946, usando una cinepresa a manovella TEK, acquistata d’occasione a Genova e messa a punto dall’amico fotografo Pilade Pastore, Gibba iniziò la realizzazione di una delicata poesia animata, che intendeva denunciare lo stato di abbandono e di indifferenza in cui viveva molta gioventù di quegli anni. Nacque così L’ultimo Sciuscià, ultimato nel 1948, un piccolo capolavoro in bianco e nero, primo cortometraggio d’animazione realizzato in Italia nel dopoguerra e prezioso esempio di cartoon neorealista. La storia è una rivisitazione della piccola fiammiferaia di Andersen, ambientata nell’Italia dell’immediato dopoguerra, tra “segnorine” e soldati americani. Il piccolo protagonista, in compagnia del cane Matteo, vende sigarette di contrabbando agli angoli delle strade, cercando di sfuggire ai poliziotti che vorrebbero arrestarlo. La sera, il ragazzo e il suo cane fanno ritorno nella loro abitazione, una misera baracca alla periferia della città, dove si addormentano stremati dalla fame e dalla stanchezza. Durante la notte, il ragazzo sogna di salire una lunga scala che porta fino al cielo popolato di stelle. Inizia a raccogliere quelle stelle, ma una voce gli dice che non può portarle via, a meno che non decida di rimanere per sempre lassù. Il povero sciuscià acconsente di restare in cielo, mentre nella baracca, il cane si dispera vicino al corpo ormai senza vita del padroncino. Per ottenere la giusta compattezza dei grigi, il disegnatore si fabbricò da sé gli impasti necessari, mischiando colori in polvere con la colla di pesce. Dopo questo esordio come autore, Gibbba ha firmato tantissimi altri cortometraggi (Il Mago, Menerio e i petrolieri, L’appuntamento, Le Papillon, Cucciolino cerca guai, Dario il rivoluzionario, Robinson Crosue), ha creato caroselli pubblicitari e titoli animati per film e ha realizzato anche due lungometraggi: Il racconto della giungla (del 1971) e l’irriverente Il Nano e la strega (1976) primo esempio italiano di film d’animazione erotico.
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