| MILO MANARA |
Autore: Bepi Vigna e Graziano Origa |
Il pubblico che non si occupa di fumetti
conosce Milo Manara soprattutto per le sue donnine discinte (le "veneri
di Milo", come vengono spesso definite); egli è infatti l'autore
di storie scandalose come Le Déclic (divenuto un best-seller in Francia
e da cui è stato tratto un film diretto da Jean-Louis Richard) e
Il profumo dell'invisibile. Ma Manara non è soltanto un disegnatore
di comics erotici, sarebbe riduttivo considerarlo tale, anche se l'erotismo
ha una parte rilevante nella sua opera, come d'altra parte egli stesso non
ha mai nascosto.
«Io sono tra quelli che considerano il sesso come una delle poche
cose ancora interessanti e piacevoli», ha dichiarato una volta. «Mi
pare logico, quindi, che cercando costantemente di rendere le mie storie
affascinanti, io faccia largo uso del sesso». Ed ancora: «L'erotismo
dipende dalle circostanze in cui ci si viene a trovare e non dal nudo, per
questo nei miei fumetti cerco di curare le situazioni, piuttosto che denudare
semplicemente i personaggi».
Dopo aver esordito nei fumetti con Genius, eroe nero pubblicato da Furio
Viano Editore, Manara realizza diverse storie per tascabili erotici quali
Terror e Jolanda de Almaviva, editi dalla Erregi. In quello stesso periodo
conosce Silverio Pisu e con lui dà vita a Telerompo, un fumetto satirico
oggi dimenticato, ma per quei tempi estremamente innovativo, dato che, in
qualche modo, ha anticipato l'umorismo duro e provocatorio del Male.
Successivamente Manara approda al Corriere dei Ragazzi, che, in quegli anni,
era diretto da Giancarlo Francesconi.
«Al Corriere dei Ragazzi, grazie ai maltrattamenti di Alfredo Castelli
cominciai veramente a dirozzarmi. Dopo un primo tirocinio, Mino Milani mi
affidò la parte grafica della serie La parola ai giurati. In ogni
episodio venivano processati i personaggi più discussi della Storia:
Elena di Troia, il generale Custer, Oppenheimer, Nobel. Peccato che quando
stavamo per processare Stalin il giornale chiuse i battenti».
Il lavoro su argomenti di carattere storico gli frutta, però, un'offerta
da parte dell'editore francese Larousse, che preparava una Storia di Francia
a Fumetti. Contemporaneamente inizia a disegnare anche Lo Scimmiotto, una
storia impegnativa, ricca di simbolismi, su testi dell'amico Pisu.
«Lo Scimmiotto, così come lo avevamo interpretato noi, era
un'allusione piuttosto trasparente al Presidente cinese Mao Tze Tung. Ricordo
che, mentre stavo disegnando l'ultima tavola, quella della morte e sepoltura
dello Scimmiotto, alla radio annunciavano proprio la morte di Mao. Fu con
quella storia che iniziai a pormi i primi problemi da autore e inevitabilmente
sorsero anche delle divergenze con Silverio Pisu. Divergenze di carattere
strettamente professionale, ben inteso. Così, per il lavoro successivo,
decidemmo di pubblicare integralmente la sceneggiatura a lato del disegno».
Con Lo Scimmiotto, Manara approda sulle pagine di Alter Linus (diretto da
Del Buono), che negli anni settanta era una delle riviste di fumetti più
prestigiose, un vero punto d'arrivo per i disegnatori.
«Francamente ho il sospetto di essere stato raccomandato. Ne sarei
sicuro se Oreste del Buono non fosse una persona che se ne sbatte delle
raccomandazioni. D'altra parte è stato lui stesso a farmi insospettire.
Quando gli ho portato le tavole dello Scimmiotto ha detto... Ah, ma sono
belle! Sembrava sollevato, come se avesse dovuto pubblicarle comunque».
La seconda storia realizzata in collaborazione con Pisu è Alessio,
un fumetto liberamente ispirato a Fuga senza fine di Joseph Roth, incentrato
sulla figura di un borghese rivoluzionario. Anche Alessio viene pubblicata
su Alter Linus (nel 1977), ma l'accoglienza è alquanto tiepida, sia
da parte dei lettori che della critica.
In compenso, Lo Scimmiotto riscuote notevoli consensi all'estero, tanto
che, l'editore belga Casterman e poi il francese Dargaud, chiedono a Manara
di fare delle storie completamente sue. Prima, però, disegna un ultimo
fumetto, non scritto da lui, una bellissima storia di Alfredo Castelli intitolata
L'Uomo delle Nevi, pubblicata nella collana Un Uomo un'Avventura, edita
dalla Cepim di Sergio Bonelli.
Con il ciclo di storie incentrato sui personaggi di HP e Giuseppe Bergman,
inizia per Manara l'affermazione in campo internazionale. Già dalla
prima sceneggiatura egli sperimenta con successo una narrazione a vari livelli,
che è racconto di avventura, ma, allo stesso tempo, anche un'analisi
del genere e dei suoi meccanismi.
«Ho cercato di esplorare il complicato rapporto tra evasione ed impegno,
tra le esperienze vissute direttamente e quelle acquisite attraverso la
letteratura e il cinema. E` stato un esperimento in cui ho cercato di innestare
le cronache della vita quotidiana nell'universo favoloso dell'avventura
classica».
Si può affermare che, con le tre storie di Giuseppe Bergman, Manara
abbia anticipato un tipo di narrazione più libera, meno legata ai
soliti schemi, che qualche tempo dopo si sarebbe affermata anche nel fumetto
popolare grazie a Tiziano Sclavi ed al suo Dylan Dog.
«Giuseppe Bergman è un nome che mi ha regalato Hugo Pratt.
Da subito mi è parso così contraddittorio che ho pensato potesse
star bene al mio personaggio».
Pratt (ovvero HP) compare anche come personaggio delle storie, incarnando
la figura del maestro d'avventura.
«E` stato Pratt a incoraggiarmi a scrivere anche i testi. La sua influenza
per me è stata decisiva non soltanto professionalmente, ma anche
culturalmente, moralmente ed eticamente».
Su sceneggiatura di Pratt, nel 1983, Manara disegna Tutto ricominciò
con un'estate indiana, un affresco crudo e magniloquente ambientato nell'America
del nord, alla fine del diciassettesimo secolo (viene pubblicato su Corto
Maltese). Qualche anno dopo, i due autori lavorano ancora assieme realizzando
El Gaucho (1991) apparso sulla rivista Il Grifo.
Le sperimentazioni vengono accantonate per privilegiare una narrazione più
tradizionale, di stampo romanzesco; l'evoluzione narrativa e grafica dell'autore
sembra accusare una stasi; Manara dà l'impressione di aver perduto
gli stimoli e di volersi accontentare del successo raggiunto (anche negli
Stati Uniti, una piazza notoriamente xenofoba).
Ma proprio quando il suo estro sembra ripiegarsi su un manierismo ripetitivo,
eccolo dar vita, con Federico Fellini, ad una delle più interessanti
unioni tra cinema e fumetto.
«L'incontro con il cinema di Fellini, fin dai tempi di Otto e mezzo,
è stato per me così determinante da influenzare la mia visione
del mondo. Conoscerlo personalmente, essergli stato amico, è stato
un colpo insperato: sono grato alle mie storielle che me lo hanno permesso».
Il sodalizio inizia nel 1986, quando il regista pubblica sul Corriere della
Sera, il trattamento cinematografico di quello che sarebbe dovuto essere
un prossimo film. Fellini chiese a Manara di farne una versione disegnata,
una sorta di story-board all'americana. Il film non si fece mai, ma nacque
un fumetto ricco di profonde suggestioni, intitolato Viaggio a Tulum.
Era probabilmente destino che tra il disegnatore e il regista dovesse stabilirsi
un legame artistico. Già prima d'incontrare Fellini, Manara gli aveva,
infatti, dedicato un omaggio di quattro tavole, senza titolo. Fellini lo
chiamò poi per realizzare i manifesti dei film L'Intervista e La
Voce della Luna.
«Quando ho incontrato la faccia di Manara», raccontava il maestro
di Rimini, «l'ho riconosciuta subito, era lui quel compagno di scuola
che in castigo, dietro la lavagna, disegnava rapidissimo la professoressa
di matematica a tette nude e senza mutandine».
La collaborazione tra i due ha dato vita anche ad un'altra storia a fumetti,
basata sulla mitica sceneggiatura, scritta nel 1965, di un altro film mai
girato, Il Viaggio di G. Mastorna (del quale esiste persino un documentario
di inizio lavorazione, inserito nel programma Block Notes di un regista,
realizzato dalla rete televisiva americana NBC).
Come in Viaggio a Tulum, anche nel Viaggio di G. Mastorna detto Fernet,
il protagonista assume il volto di un attore: nella prima storia Marcello
Mastroianni, nella seconda Paolo Villaggio. Parlando di queste due opere,
Fellini diceva che si trattava di film a fumetti, dove le matite e le chine
erano l'equivalente della scenografia, dei costumi, degli attori e delle
luci che usava per raccontare le sue storie al cinema.
Lo stile di Manara, con quel suo tratto assolutamente riconoscibile e personale
(dove però è anche possibile individuare mille influenze,
da Moebius a Solano Lopez, da Magritte a Kandinskij), il realismo posto
al servizio di trame oniriche e la sua incredibile capacità di sintetizzare
le inquadrature, hanno consentito una trasposizione estremamente efficace
dell'immaginario felliniano. Tra il disegnatore e il regista si scorge un'affinità
reale, molto maggiore di quella che emerge, per esempio, dai lavori che
Manara ha realizzato con Pratt.
Si possono ben comprendere, quindi, le parole pronunciate da Manara dopo
la morte di Fellini: «I suoi "mulini a vento", che erano
veri e non miraggi o sogni, sono svaniti nella nebbia. Dopo la sua scomparsa
mi sento un po' scomparso anch'io».
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