| NICOLA MARI |
Autore: Bepi Vigna |
Nicola Mari è un personaggio
singolare, difficile da inquadrare nel contraddittorio panorama del fumetto
italiano. Certamente si tratta di un artista tormentato, nevrotico,
che soffre la propria condizione come un male.
A dispetto della giovane età e di una produzione limitata, che
si esaurisce quasi interamente nella sua collaborazione con Bonelli,
è già diventato - suo malgrado, verrebbe da dire - un piccolo
capo scuola, per le tante influenze e gli stimoli che ha saputo suscitare
tra i colleghi. Corteggiato inutilmente da vari editori in Italia e Francia,
indicato da alcuni come il nuovo Ferenc Pinter, finora ha fatto davvero
pochissimo per assecondare una carriera già costellata di riconoscimenti
(tra cui anche lo “Yellow Kid” come miglior disegnatore al
Salone Internazionale dei Comics). Egli ha sempre preferito restarsene
appartato, quasi isolato dal mondo del fumetto e dell’illustrazione.
Tuttavia è uno dei pochi disegnatori italiani capaci, in questi
ultimi anni, di tracciare un segno rilevante e, non a caso, è uno
degli autori più apprezzati all’estero. Artisti come Jean
Giraud e Mike Mignola ammettono di essere suoi grandi estimatori e vorrebbero
lavorare con lui.
Ha scritto sull’ “Unità”, Antonio Faeti: “I
disegni di Nicola Mari riprendono e glorificano la nostra tradizione grafica
fumettistica e illustrativa. E’ così bello il segno di Mari,
così bello e pieno, da ritrovare Rubino mentre non gli dispiace
Sironi, da rendere omaggio a grandi, a sommi come Beppe Porcheddu, mentre
ama la schietta lezione espressionista della scuola romana”.
Per il critico Alberto Becattini, “Mari è oggi il maggior
rappresentante italiano della “Linea Scura”, che ha saputo
applicare con successo tanto al genere fantascientifico (“Nathan
Never”), quanto a quello orrorifico (“Dylan
Dog”)”.
La “Linea Scura”, intesa come corrente stilistica nata nell’ambito
dei comics americani, trova le sue radici nei contrasti di luci e ombre
dei film espressionisti tedeschi degli anni Venti, dove i personaggi erano
ridotti spesso a maschere irreali, perché in questo modo potevano
tratteggiare meglio il disagio dell’uomo e il malessere sociale
della Germania pre-nazista.
Le ombre espressioniste dei film di Murnau, Lang, Von Stroheim, avanzavano
lente sullo schermo, sovrapponendosi alle figure reali, quali simbolo
e presagio di un oscuro futuro.
Le stesse ombre e luci influenzarono il cinema americano degli anni Trenta
e Quaranta, da Orson Welles ai maestri minori del “film
noir”, e da lì confluirono nel fumetto, grazie all’apporto
fornito da autori quali Douglas Sickles, Milton Caniff, Will Eisner, Frank
Robbins, Alex Toth e, in tempi più recenti, Mike Mignola e Frank
Miller.
Non è certo un caso che le tavole di questi stessi autori, così
come il cinema espressionista, siano riconosciuti da Mari come le principali
ascendenze delle proprie icone.
Anche nei suoi fumetti i personaggi stilizzati tendono a prendere il sopravvento
sulle scenografie, studiate spesso in funzione dell’effetto psicologico
che devono rendere le immagini nel loro complesso.
Questa tendenza a sintetizzare graficamente gli sfondi, è meno
evidente in “Nathan Never”, serie popolare di fantascienza,
in cui il look tecnologico è uno degli elementi portanti e il segno
è più controllato. Dove invece l’idea grafica di Mari
si evidenzia appieno, è piuttosto nelle illustrazioni o anche in
alcune brevi storie realizzate tempo addietro per “Glamour”
e per “Glitering Images”. Due in particolare vengono alla
memoria: “L’Opera buona di madame Enerev”,
dove le figure stilizzate si fondono con scenografie essenziali composte
da ossa e teschi e “Justine Jones Inferno”,
dove i corpi nudi si uniscono a chitarre elettriche, borchie e altri simboli
della cultura rock .
Ma dato che Nicola Mari si affaccia al mondo del fumetto alla fine degli
anni Ottanta ed è contemporaneo di quel Mike Mignola autore di
“Gotham by Gaslight”, “Dracula”,
“Hellboy”, e del Frank Miller di “The
Dark Knight Returns” e “Sin City”, viene
da chiedersi quali paure annuncino le ombre che invadono le immagini
di questi tre autori e di quali angosce, di quali ansie ancestrali e nevrosi
siano portatrici.
Il tema è complesso, però, si può azzardare un’ipotesi
e cioè che questi autori, magari inconsciamente, con il loro tratto
poco rassicurante, abbiano, in fondo, annunciato un’epoca contraddittoria
e inquietante: questa fine secolo caratterizzata dal crollo dei sogni,
degli ideali e delle speranze, dal vuoto di valori, dalla mancanza di
certezze.
Quando la “Linea Scura” si riaffaccia sulle pagine dei giornali
a fumetti, sono ancora gli anni di Reagan e della signora Teacher, di
Michael Jackson e Madonna, della fine del movimento punk e della rinascita
di Berlino come capitale della cultura giovanile.
Proprio da Berlino, dallo storico quartiere di Kreuzberg, arrivano segnali
importanti nell’ambito della video-art e della musica (con il post
“kraut-rock”). In terra tedesca, una band
di Reggio Emilia, i “CCCP”, inizia in quegli anni
la sua strada di rock, teatro e poesia. Insieme al gruppo teatrale “Falso
Movimento”, dà vita a perfomances dove la realtà
è rappresentata nel modo più crudo e impietoso.
I “CCCP”, emiliani, eredi del punk e della cultura
comunista della loro terra, sono anche uno dei gruppi prediletti da Mari,
disegnatore di Ferrara. Tutto ciò non può essere casuale.
Come non è casuale che Mari abbia un passato di musicista in una
band che si ispirava ai gruppi tedeschi come i “Can”,
i “Faust” o i “Kraftwerk”.
Non può essere casuale neppure il fatto che, nel 1986, il fumetto
italiano abbia registrato la nascita di un eroe anomalo come “Dylan
Dog”, che, da un lato ha sancito e istituzionalizzato, portandola
nell’ambito del serial popolare bonelliano, la contaminazione tra
i media (cinema, musica, letteratura, teatro, pittura); da un altro lato,
il personaggio creato da Tiziano Sclavi, ha dato il via alla moda dell’horror,
anticipando un ritorno del gotico che poi si consoliderà a più
livelli, non solo in Italia (basti pensare al cinema americano o anche
al successo di libri come quelli della collana Mondadori “Piccoli
Brividi”).
Sulla scia di “Dylan Dog”, le edicole vennero invase
da fumetti dell’orrore: “Splatter”, “Mostri”,
“Gordon Link”, “Gore Scanners”
e molti altri. Ed è proprio tra questa produzione, che Nicola Mari
si mise in luce prima di approdare alla Bonelli.
Quando arrivò per la prima volta nella fabbrica delle idee di via
Buonarroti, a Milano, aveva realizzato delle tavole di prova per “Dylan
Dog”, personaggio a cui si sentiva naturalmente portato. Venne,
invece, dirottato, inizialmente, su una nuova testata, la nascente “Nathan
Never”.
Non era una scelta sbagliata, quella dell’editore, tutt’altro.
Nel futuro in cui si muoveva “Nathan Never” non c’era
niente di rassicurante, ma emergevano più che mai le inquietudini
dell’individuo. Si era in quel genere di fantascienza vicina a film
come “Blade Runner”, a fumetti giapponesi come
“Akira” e “2001 Nights”, o ai romanzi
“cyberpunk” del canadese William Gibson. Ma in “Nathan
Never” - che nasce nel 1989, anche se le pubblicazioni iniziano
nel giugno di due anni dopo - c’era pure qualcos’altro, perché,
a ben guardare, nei fumetti italiani finì per riflettersi in maniera
più netta che altrove, tutto il marasma di quel periodo: il reaganismo,
la promessa del benessere attraverso la deregulation, il terzo
mondo che esplodeva alle porte dell’occidente ricco, il rilancio
senza limiti della competizione di mercato, la ripresa della corsa agli
armamenti, il bluff dello “scudo spaziale americano”. E poi
il crollo del muro di Berlino, l’ascesa e il declino di Gorbaciov,
il disfacimento dell’impero sovietico, la Guerra del Golfo, ovvero
“il più sanguinari dei massacri supertecnologici” (come
lo definì Ramsey Clark, ex ministro americano alla Giustizia ).
E in Italia anche Craxi e Tangentopoli.
Provare, per giunta dalla periferia dell’impero, a capire che cosa
stesse accadendo, era decisamente problematico. Non appena si pensava
di aver trovato una spiegazione le certezze svanivano, lasciando spazio
a nuove paure, a nuove difficoltà di rapportarsi col presente.
In fondo, era proprio ciò che accadeva nelle storie di “Nathan
Never” o nei controfinali di “Dylan Dog”.
E, allora, ecco spiegato perché le ombre e il segno cupo di Mari
si rivelarono perfettamente congeniali alle storie pubblicate da Bonelli.
Ed ecco perché il suo segno colto, raffinato, si è adattato
benissimo al fumetto popolare.
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