| ANDREA PAZIENZA |
Autore: Bepi Vigna |
Erano gli anni degli indiani metropolitani,
dei maodadaisti, dei cani sciolti, dei parodisti. Gli anni di riviste
come “Il Male”, “Frigidaire”, “Zut”,
“Alter Alter”,“Frizzer”. Sull’onda lunga
del Sessantotto, una nuova generazione era scesa nuovamente nelle piazze,
ma con uno spirito del tutto nuovo, nel quale si poteva scorgere una componente
creativa che recuperava la lezione delle avanguardie artistiche
e che metteva pesantemente in discussione i consueti codici della comunicazione.
In questa realtà storica si sviluppò l’arte di Andrea
Pazienza. Parlare di satira, nel suo caso, è riduttivo. Le vignette
di Pazienza, piene di sarcasmo, di irriverenza e di poesia, sono qualcosa
di più, riflettono un lucido scetticismo sul mondo circostante
e sono una testimonianza utilissima per capire quegli anni cruciali, in
cui si stavano producendo profonde lacerazioni nella cultura e nella società
italiana. Disegni pieni di intuizioni, da cui traspare una tensione espressiva
che non si ritrova nelle vignette di Forattini o di Giannelli.
La satira, inoltre, ha sempre una chiara ispirazione politica, ma le vignette
di Pazienza, benché espressione di quella “cultura di sinistra”
che dettava legge, e benché a volte cattivissime, non sono quasi
mai contro qualcuno in particolare. Quando Pazienza disegnava personaggi
pubblici come Pertini, il Papa, Craxi, Moro, Cossiga, De Mita, Reagan,
Berlinguer, Occhetto, si prendeva la libertà di trasformarli
nelle maschere di un teatrino grottesco e surreale, dove l’ironia,
diventava l’unica chiave per cercare di interpretare il mondo caotico
e confuso che lo circondava. Qualche esitazione l’aveva soltanto
le volte che temeva di regalare al politico un’allegria e una simpatia
che, in realtà, non aveva: “I politici sono personaggi tristi”,
dichiarò una volta in un’intervista televisiva. “Sono
personaggi senza personalità e fare il giullare per divertire la
gente attribuendo a queste persone gesti, comportamenti e battute che
loro non si sognerebbero mai di fare, mi sembra un discorso per certi
versi indigeribile”.
Ecco perché non c’è mai indulgenza da parte di Pazienza
verso i personaggi che prende di mira. L’unico che si salva è
il presidente Pertini, l’unico verso cui l’autore mostrava
di provare simpatia e a cui, infatti, dedicò anche un libro.
Pazienza fu uno dei pochi che riuscì a rappresentare la coscienza
di un’intera generazione, l’unico artista capace di raccontarne
i sogni e le paure, ma anche le miserie e le contraddizioni. Nelle sue
opere si possono cogliere nettamente, i mutamenti che si sono prodotti
nel costume e nel linguaggio, si possono scorgere i segni della transizione
verso una società post industriale che andava incontro a profondi
mutamenti provocati dallo sviluppo della tecnologia e della comunicazione.
Questo essere così legato al suo tempo e al suo mondo oltre che
un pregio è stato inevitabilmente anche il limite che ne ha impedito
un giusto apprezzamento all’estero, dove i suoi fumetti sono arrivati
con un ritardo che non ha consentito a molti di coglierne l’importanza.
Eppure di Pazienza rimane il marchio in molta produzione culturale di
questi anni, tanto che non è difficile ritrovare sue tracce (quando
non esplicite citazioni), in opere pubblicitarie, video e cinematografiche.
Paradossalmente, è proprio nell’ambito della grafica e del
fumetto che restano meno influenze del suo passaggio, probabilmente perché
è stato un artista che risulta difficile associare a uno stile
o a una tematica precisa. Ma forse non sarebbe stato così, se la
sua prematura scomparsa non gli avesse impedito di continuare quella manipolazione
eversiva del linguaggio fumettistico, di cui le vignette erano, in un
certo senso, il laboratorio di sperimentazione, mentre i racconti articolati
come “Pentothal”, il ciclo di “Zanardi”
e soprattutto “Pompeo”, rappresentano la
massima espressione della sua poetica.
L’elemento che caratterizza la cifra stilistica di Pazienza può
essere individuato nel gusto dell’eccesso, nella provocazione divertita
ed esagerata, capace, da un lato, di sdrammatizzare anche le situazioni
più tragiche e, dall’altro, di far venir fuori la loro essenza,
i loro significati più nascosti.
Rileggendo oggi le vignette, che vanno dal 1977 al 1988, Pazienza ci appare
soprattutto interessato a registrare ciò che gli accadeva intorno,
preoccupato di cogliere gli umori dei tempi che stava vivendo. Disegnava
incessantemente, con una velocità e una naturalezza incredibili,
attingendo dai campi espressivi più disparati, confrontandosi con
materiali e generi diversissimi. Una certa discontinuità risulta
inevitabilmente connaturata a un metodo di lavoro che non prevedeva troppo
spazio per la progettualità, ma basava la sua forza sull’immediatezza
e sulla spontaneità. I suoi pensieri e le sue intuizioni diventavano
segno grafico, il cui senso poteva spesso trascendere anche le intenzioni
dell’autore. Non è un caso che Pier Vittorio Tondelli lo
abbia definito il James Joyce del fumetto.
Battute taglienti, blasfeme, acide, che spesso è impossibile dimenticare.
Parole e segni che con grande capacità di sintesi, dipingono stati
d’animo, emozioni, paure, confusioni, che, a volte, trasformano
dei banali modi di dire o delle giocose espressioni senza senso, in simbolici
slogan esistenziali, in impietosi ritratti generazionali. Un linguaggio
che a prima vista può anche apparire illogico e dissociato, esattamente
come i testi di certe canzoni di quegli stessi anni, ma che appare assolutamente
familiare a tutti coloro che hanno almeno quarant’anni e nel quale
Umberto Eco, in un vecchio articolo sull’ ”Espresso”,
scorgeva delle analogie con le poesie di Majakovski e Apollinaire.
Erano gli anni del compromesso
storico, del reaganismo, di Berlinguer, del governo di solidarietà
nazionale e delle Brigate Rosse. Un periodo che a volte ci appare remoto
e che, invece, è appena dietro l’angolo. Un’epoca che
le vignette del buon vecchio Paz possono farci rivivere, meglio di un
libro di Storia. E anche se spesso si fa riferimento a fatti e personaggi
che da tempo non trovano più spazio nelle cronache, le battute
riescono a risultare comunque efficaci. “La cosa più importante
è che si ride”, come sottolinea Michele Serra.
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