| BEPPE PORCHEDDU |
Autore: Bepi Vigna |
Secondo Hugo Pratt era il più grande di tutti. Antonio Faeti una volta lo ha definito "il sommo disegnatore". Eppure, le giovani generazioni sanno pochissimo di Beppe Porcheddu, l'artista di origine sarda che, dagli anni Venti agli anni Quaranta, è stato l'indiscusso maestro dell'illustrazione e della grafica italiana. Un vero virtuoso del pennino, continuamente attratto dagli sperimentalismi e dalle soluzioni grafiche più innovative.
Una figura, che, nel tempo, si è ammantata di leggenda, anche a causa della sua misteriosa scomparsa, avvenuta nel dicembre del 1947. Porcheddu era, infatti, partito per Roma, dove si doveva tenere una mostra dei suoi ultimi dipinti, ma sparì nel nulla senza lasciare alcuna traccia. Si formularono le ipotesi più strane, non ultima quella di un'improvvisa crisi mistica che lo avrebbe portato ad un repentino ritiro in convento. Ma il mistero non venne mai risolto.
Di Porcheddu è riemersa recentemente un'opera che si riteneva perduta per sempre, ritrovata, da parte di un collezionista torinese, di una storia a fumetti disegnata nel 1941 e rimasta, poi, inedita. Si tratta di una splendida trasposizione in vignette dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift: 60 pagine doppie, di altissima qualità artistica.
Ma chi era in realtà Giuseppe Porcheddu? Sicuramente un artista moderno, curioso di esplorare nuovi territori espressivi e dotato di uno straordinario talento. Ogni suo lavoro era l'occasione per cimentarsi in nuovi metodi pittorici, per provare ardite soluzioni grafiche.
Figlio di un sardo trapiantato in Piemonte - suo padre Giovanni Antonio era un ingegnere di Ittiri - era nato a Torino, il primo maggio del 1898. Ragazzo sensibile e di carattere introverso, manifestò subito una spiccata attitudine per l'arte e, oltre a seguire gli studi classici, coltivò da autodidatta la passione per la pittura e la musica (suonava, infatti, il violino).
Dopo essere stato introdotto alle arti figurative da Leonardo Bistolfi, si mise a studiare i grandi illustratori inglesi, attratto non tanto dagli esponenti dell'arte "decò", allora imperante, quanto dai neogotici dallo stile ironico e graffiante, quali Arthur Rackham. Ma rispetto agli artisti inglesi, che prediligevano gli universi onirici e fiabeschi, Porcheddu rimase sempre ancorato alla riproduzione del reale.
Sperimentò anche tecniche del tutto inusuali per l'illustrazione dei suoi tempi, come le matite colorate, i pastelli, le aniline su legno. Questa lunga, continua, ricerca contribuirà a plasmare il suo personalissimo stile.
Dopo aver esordito giovanissimo sul “Corriere dei Piccoli” e sulla “Domenica dei Fanciulli”, a diciotto anni, Porcheddu venne richiamato alle armi e combatté nella Prima Guerra Mondiale col grado di sottotenente nel terzo Reggimento Alpini.
Una ferita riportata durante una battaglia sul Monte Grappa, proprio negli ultimi giorni del conflitto, lo rese claudicante per tutta la vita. Questo fatto, se da un lato contribuì ad acuire maggiormente il suo carattere schivo, non gli impedì tuttavia di essere presente a tutte le principali mostre collettive che si tenevano in Italia, come La Fiera Internazionale del Libro (a Firenze nel 1922), o la Biennale delle Arti Decorative (a Monza nel 1923), o la IV Mostra Sindacale Sarda (a Cagliari nel 1933). Ovunque ottenne riconoscimenti e premi.
Negli anni venti le sue collaborazioni con riviste e periodici si intensificarono: lavorò per “Il Pasquino”, “L'Illustrazione del Popolo”, “Numero”, “Cuor d'Oro”, “La Lettura”, “Novella”, “Il secolo XX”, “Mondo Fanciullo”, “La Scena Illustrata”, “Marc'Aurelio”, “Il Balilla”, “La Stampa”.
Nel 1928 realizzò anche alcune copertine per il periodico cagliaritano “Il Nuraghe”, a testimonianza di un legame con la Sardegna che si mantenne sempre forte. Nello stesso anno uscì anche un volume antologico sulla sua attività grafica.
Ha scritto di lui Gianni Milone, ricordandolo nel libro Piemonte di Carta: "I soggetti popolari e quotidiani lo rilevano attento osservatore del mondo degli artigiani di un tempo. Usi, costumi e ambienti sono sempre attentamente descritti nelle sue immagini: ogni particolare emerge nitido e preciso nei suoi dettagli molteplici, ogni oggetto si inserisce naturalmente in un quadro d'insieme di straordinaria compiutezza grafica".
Porcheddu ha illustrato oltre cinquanta volumi per gli editori Paravia (Il Barone di Munchhausen e Pinocchio), Frassinelli (Passeggiate torinesi), Lattes, Treves, De Agostini. In particolare, per quest'ultimo, realizzò i pregevoli disegni della collana I grandi prosatori, e le tavole che intercalavano il romanzo Angelo di Bontà di Ippolito Nievo.
Artista versatile e ingegnoso si cimentò anche nella cartellonistica, nella pubblicità, nell'incisione, nella progettazione di giocattoli, nella decorazione di ceramiche per l'Ars Lenci; furono sue anche le scenografie del film Ettore Fieramosca di Alessandro Blasetti. Ma la firma di Porcheddu si ritrova anche su coloratissime scatole di biscotti, su modelli decorativi per arredamento, su stoffe dalle originali fantasie.
Nella sua lunga carriera affrontò, naturalmente, anche le storie a fumetti, seppure private delle classiche nuvolette (sostituite dalle didascalie, secondo i dettami dell'epoca). Anche in questo campo Porcheddu si rivelò, ancora volta, un innovatore, anticipando maestri moderni come Terzi, Battaglia, Toppi. Purtroppo, per varie vicissitudini, nel fumetto non potè esprimersi compiutamente e a lungo.
Per il “Corriere dei Piccoli” creò la serie dei Nanetti; per il “Balilla” realizzò L'Anello di Burma, da un romanzo di Renato Brunati, che apparve nel 1942. Ma, già l'anno prima, era iniziata la sua collaborazione a “Topolino” della Mondadori, dove era stato chiamato da Federico Pedrocchi, il grande maestro del comic italiano d'anteguerra. Pedrocchi gli affidò un testo di Eros Belloni, intitolato Il castello di San Velario. La storia apparve solo nel 1948 nella collana Albi D'Oro, divisa in due parti (la seconda s'intitolava Il Mistero degli specchi velati) e con una nuova, ma riduttiva, impaginazione.
Sempre per “Topolino” realizzò anche I viaggi di Gulliver, il suo capolavoro, che, però, non vide mai la pubblicazione.
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