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Personaggi
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Hanno facce giallissime e pettinature improbabili. Sono brutti, maleducati, nevrotici, incarnano tutti i vizi e i difetti più comuni. Sono l'emblema televisivo del "politicamente scorretto", che oggi va tanto di moda. Eppure il settimanale Time, li ha inseriti tra i cento personaggi del secolo, accanto a Pablo Picasso, Frank Sinatra e James Joyce. Stiamo parlando dei Simpson, naturalmente, i protagonisti della più irresistibile serie animata mai apparsa sui teleschermi, vero e proprio cult degli anni Novanta, gli unici personaggi dei cartoni animati e dei fumetti capaci di entusiasmare sia gli intellettuali che i ragazzini. Da quando sono apparsi in Italia (dal 1991, sulle reti Mediaset) ogni giorno, quasi tre milioni di spettatori si siedono davanti al video per seguire le loro avventure. Su Internet esistono più di quarantamila siti dedicati a loro e non si contano più i "Simpson fan club" sorti in tutto il mondo!
Ma chi sono i Simpson? Sono una classica famiglia della middle class americana. Il padre, Homer, è un uomo goffo e ignorante, che passa il suo tempo davanti alla TV, in canottiera e mutande. Sua moglie Marge è una casalinga rassegnata, ma ancora capace di sognare; ha una testa sormontata da un'assurda cotonatura azzurra, dove nasconde denari e preziosi come in una cassaforte. Il primogenito Bart (anagramma di brat, ovvero monello) è un ragazzino egoista e pestifero, degno erede di suo padre, felice quando può dare il peggio di sè; la sua frase preferita è "Ciucciati il calzino!". Lisa, intelligentissima e dagli interessi intellettuali, è il personaggio più problematico e disilluso; il suo hobby è suonare il sax. Maggie, la figlioletta più piccola, ha solo pochi mesi e si esprime succhiando incessantemente il ciucciotto.
 La famiglia Simpson vive nella cittadina di Springfield, dove Homer lavora come guardiano nella
locale centrale nucleare. Il proprietario della centrale è
il malvagio e ricco Burns, sempre affiancato dal servile segretario
Smithers. Accanto a questi personaggi si muove unmicrocosmo composto da un vicino di casa buonista, dall’impassibile direttore della scuola, dal bidello burbero (che nella versione italiana è doppiato con accento sardo), da un clown, star dei programmi televisivi e molti altri personaggi. Ci sono anche Grattachecca e Fighetto un topo e gatto protagonisti di cartoni animati ultraviolenti, i preferiti da da Bart e Lisa.
Creati da Matt Groening nel 1987, i Simpson sono apparsi per la prima volta all’interno del Tracey Ullman Show, sulla rete televisiva della Fox. Ma il loro incredibile successo ha indotto molto presto i dirigenti del network a dedicare alla famiglia uno spazio in prima serata.
Col susseguirsi degli episodi la serie ha iniziato a interessare non solo il grande pubblico, ma anche critici, sociologi e psicologi. L’industria del merchandising si è subito impadronita dei personaggi e ha preso a sfornare gadgets di ogni tipo. Riviste prestigiose come TV Guide, The Face, Rolling Stone, hanno dedicato le loro copertine a Homer e famiglia. Newsweek ha parlato di loro come “a prodigy of pop culture”.
Nel corso di diciassette stagioni televisive, i Simpson hanno ottenuto valanghe di premi, tra cui anche 10 Emmy Awards, gli Oscar della televisione.
Nei vari episodi hanno fatto la comparsa, come guest-star, anche molti personaggi famosi: da Bob Hope a Barry White, dai Beatles all’ex presidente americano Bush padre, da Paul Anka a David Duchovny e Gillian Anderson (gli agenti Mulder e Scully di X-Files). Molto spesso questi ospiti hanno anche prestato la loro voce ai personaggi che li raffiguravano. Alla stessa stregua delle star d’oltre oceano, alcuni popolari personaggi italiani hanno doppiato i protagonisti della serie. E’ il caso di Valeria Marini, Vittorio Sgarbi, Paolo Bonolis, Sandra Mondaini e Leo Gullotta.
I Simpson non rappresentano certo un modello da seguire; essi propongono una esemplificazione della realtà, senza stendere nessun velo pietoso sulle umane meschinità.
A differenza di tante altre famiglie che appaiono nelle situation-comedy e nelle fiction televisive, la loro vita viene descritta senza ipocrisie, con tutte le bassezze e la volgarità che non vedremo mai in un cartone animato della Disney.
I pupazzi di Matt Groening, irriverenti, anticonvenzionali e antiretorici, finiscono per essere lo specchio della mediocrità che si cela in ciascuno di noi. Guardandoli e sorridendo dei loro difetti, in realtà, ci illudiamo di prendere le distanze dalla nostra esistenza quotidiana. Ecco perché piacciono tanto. Anche il disegno semplice ed essenziale con cui sono tratteggiati i personaggi e le caratterizzazioni fisiche, affidate a pochi elementi forti e riconoscibili, sembrano studiate appositamente per favorire questo doppio processo di identificazione-distacco da parte degli spettatori.
Nelle fattezze vagamente mostruose dei personaggi (che rendono difficile individuare ogni differenza razziale) e nei loro colori troppo sgargianti ed eccessivi, c’è una sintesi estrema di tutta la post pop- art, da Andy Warhol a Keith Haring, passando per i comics underground di Crumb a quelli per famiglie pubblicati sui quotidiani (come il finto eversivo gatto Garfield, di Jim Davis). Questa miscela di riferimenti fa sì che i Simpson, pur nella loro apparente alienità, siano icone facilmente riconoscibili e accettabili da tutti, e che possano anche rivestire dei significati universali. Ed è proprio questa la forza dei personaggi di Groening: attraverso l’ironia e la provocazione, essi riescono a far risaltare efficacemente i paradossi del mondo capitalistico. La realtà grottesca della provincia americana che essi ci raccontano, è di riflesso, la realtà di ogni altra società occidentale.
Se negli anni Sessanta e Settanta, gli studenti manifestavano innalzando l’immagine di Che Guevara, negli anni Novanta, nei cortei contro la parità tra scuola pubblica e privata, spiccava l’immagine irriverente di Bart Simpson, eletto a nuovo simbolo di ribellione giovanile. Non più un eroe della rivoluzione, quindi, ma un simbolo della degenerazione contemporanea. Non è quindi casuale che, nel 1998, Sergio Staino, direttore dell’estate teatrale fiorentina, abbia dedicato ai personaggi di Groening un convegno tenutosi nel cortile dell’ex carcere delle Murate.
Ma per comprendere il successo dei Simpson non bisogna neppure trascurare il fatto che ogni episodio della serie si basa su sceneggiature estremamente efficaci, strutturate in maniera solida, dal ritmo perfetto e spesso ricche di citazioni e riferimenti a film, a spettacoli televisivi e alla cronaca di tutti i giorni.
L’autore di questo fenomeno televisivo è il disegnatore Matt Groening, nato a Baltimora nel 1954. Dopo una lunga gavetta che lo ha visto impegnato in svariati mestieri, nel 1977 ha raggiunto il successo con Life in Hell, una striscia umoristica che ha per protagonisti due omosessuali, apparentemente gemelli, che indossano la stessa maglietta di Charlie Brown e portano un fez in testa. Due personaggi ferocemente sarcastici, costantemente impegnati a distruggersi moralmente, che danno vita a un psicodramma assolutamente delirante. La strip Life in Hell, che in Italia è apparsa su Linus, continua ad essere pubblicata tuttora su 250 quotidiani.
Ma la vera svolta nella carriera di Groening avviene nel 1985, quando viene convocato dal produttore James L. Brooks, autore di succesi televisivi come Mary Tyler Moore, Lou Grant, Rodha e Taxi. Nel quarto d’ora di attesa, prima di essere ricevuto, il disegnatore schizza i cinque personaggi dei Simpson, a cui, per comodità, dà i nomi dei suoi familiari. Quando apprende che Brooks vuole da lui dei brevi spezzoni animati da inserire in un programma, mostra i disegni appena fatti. Gli executive della produzione gli chiedono che mestiere faccia il personaggio chiamato Homer e Groening dice la prima cosa che gli viene in mente: “Lavora in una centrale nucleare”. Vedendo che tutti scoppiano a ridere, il disegnatore incomincia a pensare che l’idea possa funzionare.
In questo modo, un po’ casuale, è nato uno dei più grandi successi televisivi di tutti i tempi. Attualmente, i Simpson sono la serie a cartoni animati più longeva della televisione americana. Ogni episodio richiede mediamente dai sei agli otto mesi di post-produzione. Matt Groening che ha il copyright sui personaggi, e che firma la serie anche in qualità di produttore esecutivo, insieme a Brooks e a Mike Scully, ha scritto appena tre episodi del serial, limitandosi, per il resto, a un’attenta regia.
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