Quella che viene generalmente considerata l'epoca d'oro dei comics americani, inizia alla fine degli anni venti per chiudersi con l'inizio della seconda guerra mondiale. È in questo arco di tempo che il fumetto si è evoluto, ha elaborato un linguaggio proprio e ha scoperto nuove possibilità espressive. E questo è anche il periodo in cui, accanto alle vecchie storie umoristiche, sui quotidiani americani iniziarono a essere pubblicate delle storie avventurose, dalle trame più complesse e articolate.
L'impianto caricaturale e grottesco, che, fino a quel momento, aveva contraddistinto i personaggi delle daily-strips, venne abbandonato: il disegno divenne realistico, caratterizzandosi per la cura del particolare e per le ombreggiature, che rendevano l'effetto tridimensionale. Comparvero sulla scena gli esponenti di una nuova generazione di disegnatori, molti dei quali provenivano dalle scuole d'arte e avevano alle spalle esperienze nel campo della grafica editoriale, del design e della pubblicità.
Niente più ambientazioni quotidiane e familiari, niente più bambini terribili o coppie in perenne litigio, ma vicende che si dipanavano in scenari esotici o fantastici dove non mancava neanche una marcata venatura erotica, legata alla presenza, accanto ai protagonisti maschili, di avvenenti eroine in abiti succinti, che mettevano in evidenza le loro provocanti curve.
I motivi di questi cambiamenti erano da ricercare nel particolare clima sociale venutosi a determinare con la grave crisi economica del 1929: il pubblico aveva voglia di sognare, di dimenticare l'angusto ambiente domestico.
Era forse inevitabile che il primo eroe di questo nuovo corso del fumetto, fosse Tarzan, il personaggio nato dalla fantasia dello scrittore americano Edgar Rice Burroughs, che, fin dalla sua prima apparizione letteraria (con Tarzan of the Apes, pubblicato nel 1912 sulla rivista “All StoryMagazine” ed edito in volume nel 1914) si proponeva come l’incarnazione stessa dell’avventura: una reinterpretazione del buon selvaggio di Rousseau, il protagonista di una storia moderna che si ispirava a una delle leggende più classiche, quella di Romolo e Remo.
Il selvaggio cresciuto nella giungla e allevato dalle scimmie, che ritorna alla civiltà solo per rifiutarla a favore della natura selvaggia, è probabilmente il più grande eroe della cultura popolare: gli sono stati dedicati 24 romanzi, oltre cinquanta film, serie di cartoni animati, telefilm, serial radiofonici e innumerevoli fumetti. A tutto ciò vanno aggiunti i prodotti narrativi con personaggi che si rifanno palesemente al mito dell’uomo scimmia (tanto che è stato creato il neologismo “Tarzanidi”).
La prima trasposizione a fumetti dell’eroe di Burroughs è opera di Harold R. Foster, che nel 1929, su incarico dell’agenzia United Features Sindacate, adatta il primo romanzo in una sessantina di strisce giornaliere, senza baloon, ma con testo in didascalia.
Successivamente Foster, all’epoca ancora indeciso se dedicarsi al disegno o occuparsi d'altro, abbandonò il personaggio, che venne affidato a Rex Maxon, onesto mestierante, ma decisamente dotato di minor talento. Maxon se la cavò abbastanza bene con le strisce giornaliere (di cui si occuperà sino al 1936), anche se i maligni dicono che il tratto in bianco e nero e l’uso abbondante di ombreggiature, gli permettevano di mascherare le carenze del suo segno.
Altra cosa erano le tavole domenicali a colori, che iniziarono ad essere pubblicate a partire dal 1931. Il disegno di Maxon, depurato del ricco tratteggio, evidenziava tutta la scarsa qualità del lavoro, soprattutto per quanto riguardava la costruzione della figura umana e la poca definizione degli sfondi.
Alla United Features Sindacates, ebbero anche la bella idea di fargli realizzare una versione di Tarzan slegata dai romanzi e più adatta a un pubblico infantile. Così, nelle storie vennero inseriti due orfanelli, Bob e Mary (senza per altro spiegare perché e per come si trovassero nella giungla) a cui l’uomo della foresta faceva praticamente da balia. Il povero Maxon, che scriveva anche i soggetti (come faranno, poi, anche i successivi disegnatori), si trovò a dover reinventare un universo avventuroso col quale non si trovava affatto a suo agio. Le sue 28 tavole domenicali (tante ne realizzò prima di essere messo da parte dai capoccia dell’agenzia) sono un esempio insuperabile di banalità e incongruenze narrative.
Dopo questa esperienza poco felice, che naturalmente Burroughs non aveva gradito, venne richiamato Harold Foster, il quale, proprio con Tarzan, iniziò a costruire la sua leggenda di sommo maestro della letteratura disegnata. Le sue straordinarie tavole domenicali apparvero fino al 1937, anno in cui il disegnatore abbandonò la serie per conquistare fama imperitura con un altro grande personaggio: Prince Valiant. Il suo testimone fu raccolto da un altro artista di tutto rispetto: Burne Hogart, soprannominato “il Michelangelo del fumetto”, per la perfezione delle sue figure anatomiche. Tra i numerosi disegnatori che si sono cimentati col personaggio sono da ricordare almeno altri due grandi: Russ Manning e Mike Grell.