
E’ un ranger,
ma, col nome di Aquila della Notte, guida una tribù di indiani
Navajos. Il suo piatto preferito è “una bistecca alta
tre dita con una montagna di patatine fritte dorate e croccanti”.
Non si può sbagliare: stiamo parlando di Tex Willer, il personaggio
più celebre e longevo nella storia del fumetto italiano, l’unico
eroe che possa contare tra i suoi appassionati lettori, non solo i
ragazzi, ma anche i loro padri e, a volte, i loro nonni. Più
che un semplice personaggio dei fumetti è un’istituzione,
un’icona nell’immaginario avventuroso degli italiani.
Un fenomeno editoriale straordinario: tra inediti e ristampe, ogni
mese si vendono oltre settecentomila copie dei suoi albi. Senza contare,
il fatto che i giornaletti di Tex sono tra i più scambiati
e collezionati!
Quando apparve per la prima volta, il 30 settembre del 1948, in un
albo a striscia di trentasei pagine intitolato Il totem Misterioso,
Tex sembrava uno dei tanti eroi di quegli anni, tutti un po’
simili, senza regole comportamentali fisse o codici morali particolari.
In realtà, nel personaggio c’era già una forte
carica innovativa: innanzitutto si presentava come un fuorilegge,
seppure senza colpa, e questo era già un fatto abbastanza trasgressivo.

Inoltre, la narrazione
era condotta con una secchezza inusuale nel fumetto di quegli anni:
il lettore si trovava catapultato immediatamente in mezzo all’avventura
e tutto l’impianto drammatico era costruito intorno all’azione.
Ciò era certamente un elemento di grande modernità espressiva.
Nulla, però, faceva presagire un futuro così ricco di
successi. Il personaggio doveva
chiamarsi Tex Killer, ma poco prima di andare in stampa, il nome venne
saggiamente modificato in Willer, per attenuarne la carica provocatoria.
C’è da tener conto che, nell’Italia del secondo
dopoguerra i fumetti venivano considerati ancora con diffidenza, ed
erano duramente osteggiati dagli insegnanti, che li ritenevano prodotti
diseducativi.
Il formato a striscia, inventato da Mario Gentilini, direttore di
Topolino, ebbe subito fortuna, perché, oltre a permettere un
notevole risparmio agli editori, consentiva anche di occultare facilmente
i giornaletti tra i libri di scuola.
L’autore di Tex, Gianluigi Bonelli, era “un romanziere
prestato al fumetto” - come a lui stesso piaceva definirsi -
uno dei più degni continuatori di quella letteratura avventurosa,
che in Italia aveva avuto in Emilio Salgari, Luigi Motta ed Enrico
Novelli (in arte Yambo) i rappresentanti più illustri.
Narratore di razza, negli anni trenta, Bonelli aveva scritto romanzi
e novelle, alternandosi spesso con Andrea Lavezzolo, un altro dei
grandi sceneggiatori del dopoguerra. Il passaggio alle storie disegnate,
per loro fu un fatto quasi naturale. In quegli anni il fumetto si
andava imponendo come la nuova frontiera del racconto avventuroso,
il mezzo espressivo che meglio poteva soddisfare il desiderio d’evasione
dei lettori, favorendo una più facile identificazione con i
protagonisti delle storie. Un medium legato imprescindibilmente all’immagine,
molto più adatto a rappresentare l’azione e il movimento
e quindi più vicino al fascino del cinema.