
C’era una volta un piccolo topo con due grandi orecchie e una buffa testa, che, nella forma, ricordava un casco da aviatore. E infatti, quel sorcetto compiva acrobazie con un aeroplano, ispirandosi alle imprese di Charles Lindberg. Appariva in un breve cortometraggio muto, intitolato
Plane Crazy, che veniva proiettato in un cinema di Hollywood il 15 maggio del 1928, suscitando, peraltro, una tiepida accoglienza da parte del pubblico. Il film era stato realizzato interamente da Ub Iwerks, che, forse, non avrebbe mai insistito su quel personaggio se il suo amico e collega Walt Disney non avesse deciso di intraprendere ugualmente la lavorazione di un secondo breve cartone animato della serie
Gallopin’ Gaucho.
Nel frattempo c’era stata l’esplosione del cinema sonoro e, così, Disney pensò di realizzare il nuovo film in chiave musicale, sincronizzando la parte sonora con i movimenti dei personaggi sullo schermo. Il nuovo cortometraggio, ispirato a una comica di Buster Keaton, si intitolava
Steamboat Willie e vedeva l’allegro topino al timone di un battello fluviale in compagnia di una miriade di scatenati compagni di viaggio. Fu presentato per la prima volta al Colony Theater di New York, il 18 novembre del 1928, riscuotendo immediatamente un grandissimo successo di pubblico e di critica.
Da quel giorno le cose iniziarono a cambiare per Iwerks, ma soprattutto per Disney.
Qualche anno prima, i due avevano fondato un’agenzia di pubblicità e cartoons a Kansas City. Nel 1926 avevano inventato il coniglio
Oswald, che aveva ottenuto un discreto successo. Ci avrebbero potuto guadagnare anche un bel po’ di dollari, se l’astuto e potente distributore Charles Mintz, non fosse riuscito a sottrarre loro ogni diritto sulla creazione.
Pare che, dopo un infruttuoso viaggio a New York, sul treno che li riportava a Kansas City, i due amici iniziarono a pensare a un nuovo personaggio e, proprio sentendo il fischio stridente della locomotiva (“
M-mm-oaw-ouse”), ebbero l’idea di un topo.
Ma questa è solo una delle tante leggende, come quella che vuole che il tirannico Disney si sia biecamente appropriato di meriti che erano essenzialmente di Iwerks. Come andarono realmente le cose nessuno lo saprà mai.
Di indiscutibile c’è il fatto che, due anni dopo quella proiezione al Colony Theater, la Disney fosse già una piccola industria.

Oltre il cinema c’era un altro settore in grande crescita, quello delle
comic strips, i fumetti che apparivano sui quotidiani. Walt Disney decise di puntare anche sulle storie disegnate e nel gennaio del 1930
Mickey Mouse (era questo il nome dato al topino) esordì sull’”Okland Post-Enquirer” e, poi, su altri giornali americani, distribuito dal King Features Syndacates. Le prime strisce, pur collegate tra loro, proponevano sempre una battuta finale, e riutilizzavano le gags dei primi shorts animati. I disegni erano di Iwerks e dell’inchiostratore Win Smith, mentre i testi erano spesso dello stesso Disney.Il King Features chiese, però, di modificare la struttura delle storie e di trasformarle in avventure più complesse e organiche, come quelle di
Tarzan e
Buck Rogers, i nuovi personaggi realistici, che riscuotevano grande successo.
Così, nel marzo di quello stesso anno, prese l’avvio la prima vera storia di
Topolino, quella conosciuta in Italia col titolo di
Topolino nella valle infernale. Oltre al protagonista e alla sua fidanzata
Minnie (che aveva debuttato nella striscia del 18 gennaio 1930), apparivano altri personaggi destinati a costituire il cast fisso delle successive storie, in particolare, gli amici
Orazio e
Clarabella e l’arci nemico
Pietro Gambadilegno.
I disegni erano di Win Smith, dato che Iwerks se n’era andato, sbattendo la porta, con l’idea di fondare un proprio studio di animazione (in seguito tornerà in ginocchio, dall’amico Walt).
Anche Smith, litigò ben presto con Disney e diede le dimissioni. A realizzare le strisce fu chiamato un ragazzo dello Utaha, schivo e geniale, che, fino ad allora, aveva lavorato come intercalatore all’animazione. Il suo nome era Floyd Gottfredson e sarà proprio lui a far crescere il piccolo topo, proiettandolo in mille incredibili avventure.
Con Gottfredson il tipetto maldestro e dispettoso delle prime strip si trasformò in un personaggio vero, con un carattere preciso. Una figura capace di incarnare i valori e gli ideali dell’America che usciva dalla Grande Depressione.
Gottfredson delineò meglio anche i personaggi di contorno, a cominciare dal candido
Goofy (in Italia ribattezzato
Pippo) e dal fedele cane
Pluto. Fra le spalle, comparve anche un papero nevrotico e irascibile, chiamato
Donald Duck (in Italia
Paolino Paperino), destinato, poi, a percorrere una gloriosa carriera sia nei cartoni animati, che nei fumetti.
Fra il 1937 e i primi anni quaranta, il piccolo topo visse il suo momento aureo, con alcune delle sue avventure più belle:
Topolino e il mistero dell’uomo nuvola,
Topolino sosia di re sorcio,
Topolino e la banda dei piombatori,
Topolino e il mistero di Macchianera. Storie piene di ironia, ma anche capaci di alludere senza retorica a problemi importanti, come il pericolo atomico, le difficoltà nel trovare lavoro, la minaccia della criminalità.
Dopo l’attacco aeronavale di Pearl Harbour, da bravo patriota americano, anche il piccolo topo, si arruolò nel Servizio Segreto, combattendo i nazisti e conquistandosi sul campo il grado di eroe nazionale. Accadde in
Topolino nella seconda Guerra Mondiale, del 1942.
Col passare degli anni, l’aspetto di
Mickey Mouse cambiò, adattandosi alle mode e venendo incontro anche a esigenze di carattere tecnico.
Per rendere più semplice ed efficace la sequenza del film
Fantasia, dove il piccolo topo faceva l’
Apprendista Stregone, i disegnatori fecero scomparire dai suoi occhi la sottile linea bianca, sostituita da un contorno ovale attorno alle pupille. D’altronde, anche altri personaggi subirono delle trasformazioni e
Gambadilegno ci guadagnò addirittura... una scarpa! Accadde, infatti, che la vignetta di una storia fosse stata erroneamente rovesciata, cosicché la gamba di legno da sinistra passò a destra. I lettori protestarono, inviando montagne di lettere alla Disney. Si decise allora di prendere immediati provvedimenti: la gamba di legno venne sostituita da una scarpa, ma rimase il caratteristico rumore del tocco che batteva sul pavimento. Ecco perché nella storia
Topolino e il boscaiolo, del 1941,
Gambadilegno non ha più la famosa gamba: “L’ho sostituita con un modello nuovissimo”, dice rispondendo a una precisa domanda di
Topolino.
Nel dopoguerra la fantasia di Gottfredson non rallentò affatto, ma il ritmo della sua produzione non poteva più essere quello degli anni d’oro. Inoltre, il piccolo topo non era più l’incontrastata star della famiglia Disney, dato che di quel papero che un tempo gli faceva da spalla, aveva incominciato a occuparsi un certo Carl Barks, e, grazie a lui, era diventato un personaggio di prima grandezza.
Con l’andare degli anni il
Topolino dei cartoni animati si imborghesirà, perdendo parte della sua spontaneità e dello spirito un po’ guascone che lo aveva sempre contraddistinto. Poi, con l’avvento della televisione, si limiterà soprattutto a fare il maestro di cerimonie negli
shows, come certe vecchie glorie di Hollywood. Ma nei fumetti, anche grazie all’apporto di numerosi e bravi artisti italiani, il piccolo topo resterà sempre protagonista, pronto ogni volta a buttarsi a capofitto in nuove imprese, senza mai tradire quella propria filosofia esistenziale ispirata all’ottimismo, all’amicizia, alla tenacia e al senso di giustizia.
Nel 1966 scomparve Walt Disney, nel 1971 Ub Iwerks. Gottfredson continuò a occuparsi di
Mickey Mouse fino al 1975, quando decise di andare finalmente in pensione. Morì nel 1987, solo e un po’ dimenticato, dopo una vita dedicata al suo personaggio.
Sì, c’era una volta un piccolo topo aviatore, in un vecchio cartone animato che veniva proiettato in un cinema di Hollywood. Sono passati settant’anni da allora e quel piccolo topo continua ancora a divertirci e a farci sognare.
Non pensiamo sia esagerato ritenere che lui e il suo amico Paperino, siano una delle eredità più significative e importanti che il Novecento lascerà alle generazioni che verranno.