| SERGIO TOPI |
Autore: Bepi Vigna |
Nel 1974, moriva Rino Albertarelli, uno dei grandi maestri del fumetto avventuroso degli anni trenta e quaranta, l’autore di Kit Carson, Dottor Faust, Gino e Gianni. Dopo essersi dedicato per un lungo periodo all’illustrazione, negli anni sessanta, Albertarelli era tornato al fumetto, realizzando per l’editore Sergio Bonelli la collana I Protagonisti, una serie di biografie sui personaggi del vecchio West, che univano alle trame avvincenti e alla scorrevolezza della narrazione, un grande rigore documentaristico.
Del decimo episodio della serie (dedicato a Herman Lehmann, L’Indiano bianco), Albertarelli aveva potuto realizzare solo 43 tavole delle 96 previste. Per concludere l’opera, Bonelli pensò si rivolgersi a un altro importante illustratore e la scelta cadde su Sergio Toppi.
Toppi non cercò semplicemente di imitare il segno del predecessore, ma affrontò il lavoro con grande impegno e intelligenza, imponendo un’architettura della tavola e una dinamica delle scene assolutamente personali. Quella storia, segnò una decisa svolta stilistica nella carriera del disegnatore. Da quel momento, infatti, le sue storie si caratterizzarono, oltre che per il segno fortemente evocativo, per un’impaginazione che cercava di superare gli schematismi della consueta divisione in vignette. Senza privilegiare gli effetti visivi su quelli prettamente narrativi, Toppi riuscì a mediare le esigenze proprie della storia a fumetti con la sua tendenza a impostare le figure in modo illustrativo.
Scontornando parzialmente o totalmente le vignette e scorporando le immagini dallo sfondo, riprogettando la distribuzione dei pesi all’interno della tavola, giocando, insomma, con la dimensionalità della pagina, Toppi reinventò una scansione figurativa che concedeva la massima libertà alla propria espressione grafica.
Il nuovo percorso stilistico, venne affinato grazie alla collaborazione col “Messaggero dei Ragazzi”. Fu Dino Battaglia che presentò Toppi a Padre Colasanti, all’epoca responsabile del giornalino edito dalla Basilica di Sant’Antonio. Padre Colasanti diede al disegnatore “carta bianca”, consentendogli di rivoluzionare l’impaginazione delle tavole e di condurre liberamente la sua ricerca espressiva.
Le soluzioni adottate, naturalmente, finirono per incidere in maniera rilevante anche sul ritmo dei racconti. Ciò apparirà evidente soprattutto in seguito, quando Toppi costruirà delle sceneggiature calibrate su misura per il proprio tratto, riuscendo a creare una narrazione per immagini, che, trascendendo il realismo, riuscirà anche a proporre suggestive interpretazioni fiabesche di fatti reali.
Riguardo a Toppi autore di testi, bisogna ricordare che egli aveva lavorato nello studio Pagot, che produceva film d’animazione pubblicitari e spesso aveva collaborato, oltre che alla realizzazione delle scenografie, alla stesura delle sceneggiature. Quest’esperienza gli tornerà utile nel fumetto e si manifesterà soprattutto nel modo ellittico di concepire la narrazione e nella capacità di sintesi, che lo porterà a preferire la progressione di immagini significanti, riducendo al minimo i raccordi e le sequenze puramente rappresentative del movimento.
Prima del fatidico 1974, l’esperienza di Toppi nel campo del fumetto si era sviluppata sulle pagine del“Corriere della sera”, a cui aveva iniziato a collaborare fin dai primi anni sessanta, quando la rivista era diretta da Guglielmo Zucconi.
Una sua storia intitolata Zurlì e l’ipercubo (su testi di Carlo Triberti), apparve a partire dal settembre del 1961. Era un racconto fantastico di venti pagine, che aveva come protagonista il popolare mago creato per il piccolo schermo da Cino Tortorella.
Zurlì e due bambini si imbattevano in un misterioso Ipercubo, che consentiva di accedere alla quarta dimensione. Grazie ad esso potevano viaggiare nel tempo e, infatti, si ritrovavano loro malgrado nel 1361 nel castello di Bertrando, un giovane barone impegnato a contrastare la minaccia del feroce Uguccione. Grazie all’intervento del mago e dei ragazzi, Uguccione veniva, infine, sconfitto e i tre potevano far ritorno al tempo presente.
Il tratto di Toppi era semplice, essenziale, di immediato impatto, perfettamente adeguato al pubblico infantile a cui la storia si rivolgeva. Uno stile a metà strada tra il realistico e il caricaturale, che egli aveva già utilizzato per le vignette che accompagnavano spesso la posta dei lettori; uno stile molto lontano da quello già sicuro - anche se ancora in fase di evoluzione - che si intravvedeva, invece, nelle illustrazioni realizzate per diversi racconti di Mino Milani.
La costruzione grafica, volutamente elementare, che limitava le soluzioni prospettiche e attenuava la profondità di campo delle singole inquadrature, unita a una colorazione dai toni sfumati, ben si accordava all’atmosfera sospesa, irreale, quasi ovattata del racconto.
Su un piano completamente differente si poneva invece, La Sacra Bibbia, apparsa sul “Corriere dei Piccoli” dal settembre del 1963 e la cui riduzione, limitata agli episodi più celebri, era curata da Corrado Vanni.
In quest’opera, le illustrazioni di Toppi si caratterizzavano, per una composizione accurata, che aveva ben presente l’iconografia sacra tradizionale e per una tessitura a china realizzata attraverso un sobrio tratteggio, che si fondeva con macchie di nero più o meno compatto.
Lavorando sui forti contrasti di luci e ombre (che in alcuni casi la colorazione trasformava in contrapposizioni cromatiche violente) e tagliando le inquadrature in modo da accentuarne la resa drammatica, il disegnatore raggiunse un risultato di notevole impatto emotivo.
Ma ancora il suo stile non era definito in maniera netta e risentiva in diversa misura di varie influenze, anche da parte di quei colleghi che lavoravano con lui al Corriere dei Piccoli (Battaglia e Uggeri su tutti).
Di quegli anni sono da ricordare anche gli speciali sul West (ospitati nelle due pagine centrali della rivista), pieni di figurine da ritagliare, con i pellerossa, le giacche blu, i pistoleros.
Un segno personale e inconfondibile Toppi lo trovò storia dopo storia, soprattutto a partire dal 1969, quando si intensificò la sua collaborazione con la rivista di via Solferino.
Il Corriere dei Piccoli, guidato da Triberti e Francesconi, si era innovato notevolmente, proponendo nuove rubriche (Corrierino informazione, Ragazzina Tu, Corrierino motori), ma soprattutto fumetti più moderni e più adatti ai ragazzi di quegli anni.
Accanto alle serie a puntate, molte delle quali di provenienza franco-belga, vi erano anche vicende autoconclusive di autori italiani, in genere racconti storici e fumetti ispirati a fatti di cronaca.
Come già per Dino Battaglia, anche di Toppi è stato detto che egli sarebbe un grande illustratore prestato al fumetto, ma, in realtà, ciò non è esatto, perché proprio l’esperienza al Corriere dei Piccoli, rivela un professionista diligente, talmente padrone del linguaggio fumettistico tradizionale, da poter anche accennare a quelle innovazioni grafiche che, poi, diventeranno il segno distintivo delle sue opere.
La vera storia di Pietro Micca, fu il primo di una lunga serie di racconti storici di sette o otto tavole che facevano parte delle Grandi avventure di pace e di guerra, sceneggiate con grande efficacia e competenza da Mino Milani.
Pur nei limiti consentiti da una scansione di immagini molto rigida e dall’esigenza di realizzare una narrazione di carattere didattico, Toppi riuscì sempre a imprimere alle storie quel “qualcosa in più” che le rendeva, in alcuni casi, assolutamente memorabili. Un esempio è rappresentato dalle otto tavole dell’avventura risorgimentale I 300 di Castelmorrone, dove l’efficace dinamicità delle scene di battaglia si sposa con una colorazione studiata ad arte, che alterna il bianco delle vignette scontornate, il verde delle divise borboniche e il rosso del sangue e della camice garibaldine.
I prodromi della futura svolta stilistica, si possono rintracciare, invece, in una storia del 1970, intitolata La notte dei samurai, che si segnalava già per una maggiore attenzione alla grafica generale della pagina. In questo caso, forse, Toppi risultò particolarmente stimolato dall’ambientazione, dato che non ha mai nascosto il suo grande amore per il Giappone.
Nelle Grandi avventure di pace e di guerra, Toppi poteva far risaltare la cura per la documentazione storica, l’esattezza nella riproduzione dei particolari, la scrupolosa attenzione nel rendere le atmosfere.
Col passare del tempo, il suo segno si andò caratterizzando sempre più per il tratteggio intricato e irregolare, che, in alcune storie (particolarmente in quelle brevissime di due o quattro tavole), stilizzava le figure, scolpiva le immagini in maniera nervosa, creava contrasti di luce attraverso il diverso orientamento dei tratti di pennino. Si vedano, per esempio, Tsushima, Il giullare del re Guglielmo, La spedizione sul Red River, La ritirata dei 10.000, o anche storie brevissime e senza troppe pretese, come La legione araba di Glubb Pasha (due tavole) o La freccia avvelenata dei Cintas Largas (due tavole e mezzo), tutte pubblicate tra il 1970 e il 1971.
Nel 1972 Il “Corriere dei Piccoli” aveva cambiato nome, trasformandosi in “Corriere dei Ragazzi”. Giancarlo Francesconi ne era diventato il direttore e tra i redattori c’era anche Alfredo Castelli.
Aumentarono le storie brevi e i fumetti-verità, di due o quattro pagine dedicati alle imprese dei campioni sportivi e ai fatti di cronaca. In pratica venne inventato un modo nuovo di fare cronaca a fumetti.
Toppi realizzò numerosi di questi racconti: Thoeni: la neve è il suo destino, Riva: il campione risorto, Palla a Rivera, Carnera: il gigante buono, Tiger, Jackie Stewart: lo scozzese volante, Ocana: perchè devo battere Merkx, De Vlaemink: occhio al Giro, DeLillo: salviamo il mezzofondo, Dimenticare il Vietnam, Undici anni al buio, Un giradischi esplosivo, Due sterline spese bene, Morti per trent’anni, Mille dollari di follia, La ballerina di fuoco e tanti altri ancora. I testi, oltre che di Milani erano di Renzi, Manocchia, Carpi e Castelli.
Le grandi avventure di pace e di guerra, lasciarono il posto a una nuova serie, i cui contenuti erano identici, ma più marcato era l’aspetto divulgativo. S’intitolava Dal nostro inviato nel tempo Mino Milani e lo sceneggiatore vi compariva in veste di narratore, presente sulla scena mentre i fatti accadevano.
Un’altra serie senza protagonista fisso era Uomini Contro, che rievocava fatti criminali e storie di gangster, i cui testi erano spesso affidati ad Alfredo Castelli.
In storie come L’uomo della terza bomba, Operazione Walkiria, I giorni di Dillinger, Joe Petrosino e I due giuramenti, realizzate tra il 1972 e il 1973, Toppi mostrava di aver pienamente raggiunto quella maturità di segno, che di lì a poco lo avrebbe condotto a realizzare le sue opere migliori.
Il suo stile era ormai definito e sulle stesse pagine del “Corriere deiragazzi”, iniziavano ad affiorare alcuni suoi ammirati epigoni.
Sarebbe ingiusto definire minore, come pure qualcuno ha fatto, la produzione a fumetti di Toppi dei primi anni settanta, raffrontandola con le opere successivamente realizzate per “Linus”, “Alter Alter”, “Comic Art”, “L’isola Trovata” e per la collana Un uomo un’avventura della Cepim.
Le storie apparse sul “Corrierino”, rappresentano, invece, la tappa imprescindibile di un importante percorso artistico.
Negli anni successivi, il disegnatore milanese sarà il maestro riconosciuto di tanti e prestigiosi autori, apprezzato all’estero forse anche più che in Italia.
Qualche tempo fa, chiesi a Frank Miller quali fossero gli autori europei che più lo avevano maggiormente influenzato. Mi fece un solo nome, quello di Sergio Toppi.
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